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Gustave
Le Bon, Come si seducono le folle elettorali Pubblicata
nel lontano 1895, la Psicologia delle folle
di Gustave Le Bon appare oggi un’opera quasi profetica per la capacità
di prevedere alcuni fenomeni di massa esplosi nel corso del Novecento.
Personaggio poliedrico (è stato anche medico, fisiologo, antropologo,
archeologo) Le Bon ha dato con quest’opera un contributo importante alla
nascita della psicologia sociale, nonostante la debolezza
dell’impostazione metodologica. Il pessimismo di fondo dell’opera, che
ritiene privi di pensiero autonomo e degradati quasi allo stato animale
gli uomini immersi nella folla, si converte in cinismo nella lettura che
ne dà Mussolini, che considerava Le Bon uno dei suoi maestri. Al di là
delle conclusioni
antidemocratiche dell’autore e della insufficiente base scientifica, la
sua analisi appare ancora preziosa per ragionare sui modi e i limiti
del nostro essere collettivo. Cerchiamo
di vedere come si seduce una folla elettorale. Ne capiremo la psicologia
esaminando i metodi di seduzione che hanno maggior successo. La
prima qualità che un candidato deve possedere è il prestigio. Il
prestigio personale non può essere sostituito da quello della ricchezza.
Il talento e persino il genio non sono elementi di successo. È
assolutamente necessario che il candidato abbia prestigio, perché possa
imporsi in una discussione. Se gli elettori, che in maggioranza sono
operai e contadini, scelgono così di rado uno di loro per rappresentarli,
ciò dipende dal fatto che le personalità uscite dai loro ranghi sembrano
ad essi prive di prestigio. Se scelgono un loro pari, lo fanno per ragioni
accessorie, ad esempio per ostacolare un uomo eminente, un padrone
potente, alle cui dipendenze l’elettore si trova ogni giorno, e di cui
egli ha così l’illusione di diventare per un istante padrone. Ma
il prestigio non basta per garantire il successo del candidato.
L’elettore desidera di essere lusingato nelle sue brame e nelle sue
vanità e il candidato deve pertanto coprirlo di piaggerie stravaganti, e
promettergli senza esitazione le cose più fantastiche. Di fronte a un
pubblico di operai, gli insulti e le minacce ai padroni non saranno mai
troppi. Quanto al candidato avversario, si tenterà di schiacciarlo
dimostrando con l’affermazione, la ripetizione e il contagio che egli è
l’ultimo dei farabutti e che nessuno ignora i suoi molteplici delitti.
Beninteso, sarà inutile fornire la minima prova. Se l’avversario non
conoscerà bene la psicologia delle folle, cercherà di giustificarsi con
qualche argomento, invece di rispondere alle ingiurie calunniose con altre
affermazioni calunniose. Ma in tal caso non avrà alcuna speranza di
trionfare. Il
programma che il candidato mette per iscritto non deve essere troppo
categorico giacché i suoi avversari potrebbero rinfacciarglielo in
seguito; ma il programma esposto a voce non rischia mai di peccare per
eccesso. SI possono promettere senza timore le più imponenti riforme. Le
promesse esagerate producono sul momento un grande effetto e non impegnano
affatto per l’avvenire. L’elettore non si preoccupa mai di sapere se
l’eletto ha rispettato la proclamata professione di fede, in base alla
quale avrebbe dovuto giustificarsi l’elezione. Riconosciamo
la presenza di quei metodi di persuasione che sono stati già descritti in
queste pagine. Li ritroveremo nell’azione delle parole
e delle formule di cui abbiamo
già dimostrato la potenza. L’oratore che sa servirsene
guida le folle come gli garba. Espressioni del tipo: l’infame
capitale, i vili sfruttatori, il bravo operaio, la socializzazione della
ricchezza, eccetera, producono sempre lo stesso effetto, sebbene siano già
un po’ logore. Ma il candidato che sa scoprire una formula nuova,
debitamente sprovvista di significato preciso e dunque adattabile alle
aspirazioni più diverse, ottiene un successo infallibile. […] Quanto
all’influenza che i ragionamenti possono esercitare sulla mente degli
elettori, basta leggere il resoconto di una riunione elettorale per avere
idee chiare in proposito. Vi si scambiamo affermazioni, invettive e magari
pugni, ma mai ragionamenti. Se per un momento si fa silenzio vuol dire che
qualche tipo scontroso ha annunciato di voler porre al candidato una di
quelle domande imbarazzanti che divertono sempre l’uditorio. Ma la
soddisfazione degli avversari non dura a lungo, giacché la voce
dell’oppositore è presto coperta dalle urla degli altri. […] Ci
si domanda come un elettore possa formarsi un’opinione in simili
condizioni. Ma porsi tale domanda significa illudersi sul grado di libertà
di cui gode la collettività. Le folle hanno opinioni imposte e mai
opinioni ragionate. Le opinioni e i voti degli elettori dipendono dai
comitati elettorali, i cui capi sono per lo più negozianti di vini molto
influenti presso gli operai, ai quali fanno credito. […] Non
è troppo difficile agire su di essi, per poco che il candidato sia
accettabile e fornito di sufficienti risorse. Come ammisero gli stessi
finanziatori, bastarono tre milioni per garantire i successi elettorali
del generale Boulanger. Tale
è la psicologia delle folle elettorali. Identica a quella delle altre
folle. Né migliore né peggiore. G.
Le Bon, La psicologia delle folle [1895], TEA, Milano 2004, pp.
217- 223.
Antonio Vigilante, Muntu.Percorsi nelle scienze sociali
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