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Percorsi
/ Freud e la psicoanalisi Infelicità e civiltà Tutti gli uomini cercano la felicità, eppure nulla sembra più difficile, anzi impossibile per gli uomini della felicità. Noi, osserva Freud ne Il disagio della civiltà (1929), siamo minacciati da tre parti: «dal nostro corpo che, destinato a deperire e a disfarsi, non può eludere quei segnali d'allarme che sono il dolore e l'angoscia, dal mondo esterno che contro di noi può infierire con strapotenti forze distruttive, e infine dalle nostre relazioni con altri uomini.»[1] Tutto l'universo sembra essere contro la felicità dell'uomo. Che fare, allora? Le soluzioni sono diverse. Alcuni si allontanano dagli altri per non esserne feriti. Non diventano felici, ma trovano un po' di pace. Altri, al contrario, ripongono tutte le proprie speranze di felicità nell'amore, ma ciò le porta a dipendere psicologicamente dalla persona amata ed a soffrire ogni volta che percepiscono di poter perdere il suo amore. Vi sono poi quelli che si danno al vino o alla droga. Essi si stordiscono, ma non sono felici. C'è, ancora, la possibilità di cercare la felicità nell'arte o nel pensiero. Si tratta però di un genere di felicità particolare, di bassa intensità, che non provoca alcun piacere fisico né ci mette al riparo dalla sofferenza fisica, e che inoltre è inaccessibile alla maggior parte delle persone. Infine, c'è la via della religione, ma nemmeno questa per Freud è una via sicura: «La sua tecnica consiste nello sminuire il valore della vita e nel deformare in maniera delirante l'immagine del mondo reale, cose queste che presuppongono l'avvilimento dell'intelligenza. A questo prezzo, mediante la fissazione violenta a un intantilismo psichico e la partecipazione a un delirio collettivo, la religione riesce a risparmiare a molta gente a nevrosi individuale. Ma niente di più.»[2] Esistono dunque diverse vie verso la felicità, ma sono tutte ugualmente insicure e rischiose.
[1] S. Freud, Il disagio della civiltà (1929), in Il disagio della civiltà e altri saggi, cit., p. 212. [2] Ivi, p. 220. [3]Ivi, p. 280.
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Nella figura: Freud nel 1929. | ||
Antonio Vigilante, Muntu. Percorsi nelle scienze sociali
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