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Recensioni


Marco Aime, Eccessi di culture, Einaudi, Torino 2004, pp. 136.

 

Le culture sono chiamate oggi a combattersi o a confrontarsi, secondo i modelli dello scontro di civiltà o del multiculturalismo. Modelli entrambi errati, sostiene Marco Aime, perché le culture non esistono. Esistono le persone, come portatrici di culture. Non è una differenza da poco. Le culture vengono pensate come insiemi compatti, realtà monolitiche, unità di senso già compiute, cui nulla si può aggiungere senza adulterarne la purezza ed offenderne la dignità. Le persone sono ben altro. Ogni persona è impegnata a rinegoziare la propria identità in base all'esperienza, a perdere e conquistare convinzioni, miti, superstizioni, ideologie. La realtà è fatta di persone che si incontrano e si interpretano a vicenda, non di incontri o scontri di civiltà. Vi è dunque un errore di fondo nella considerazione del problema, che caratterizza non solo chi, magari per ottenere successo politico, alimenta la xenofobia, ma anche in chi vorrebbe promuovere una società pluralistica; proprio perché si cerca, in questo caso, la difesa di un?astratta cultura, più della agevolazione concreta dell?incontro tra diversi, che è occasione per rinegoziare le identità. Le scuole, così, fanno spesso intercultura insegnando che ?siamo tutti uguali? (e quindi confermando il carattere inquietante della diversità), ma ancor più sbagliano le istituzioni che ricorrono al mediatore culturale, che diventa il rappresentante ufficiale di una cultura, vale a dire di una realtà ormai considerata chiusa, sottratta al confronto ed alla discussione. L'errore, dunque, è tanto a destra quanto a sinistra. Nel tentativo di promuovere l?integrazione e la tolleranza, la sinistra cade nella trappola del ricorso alla categoria dello straniero, dimenticando che è di individui che bisogna ragionare, e che qualsiasi altro procedimento porta alla contrapposizione noi/loro. Il nuovo razzismo non ricorre più alle categorie della superiorità ed inferiorità delle razze e delle culture, ma a quella della diversità. Gli stranieri vengono considerati come delle minacce per l?integrità della propria cultura, non come portatori di una inferiorità da punire ed estinguere. Il ricorso alla differenza etnica e culturale copre, poi, i conflitti economici e sociali, permettendo anche di identificare una categoria di persone ? gli extracomunitari, da qualche tempo; in passato meridionali ? sui quali scaricare le tensioni, alimentando spesso una guerra tra poveri. 

La ricetta di Marco Aime è, più o meno, quella del couscous ai tortellini. In una scuola materna, racconta, le maestre hanno deciso di preparare il couscous in omaggio agli studenti maghrebini. "Poi una maestra ha chiesto a un piccolo marocchino:

"Ti piace?"

"Sì".

"È come quello che fa la tua mamma?"

"Quello di mia mamma è più buono perché mette uno strato di couscous e uno di tortellini, uno di couscous" (p. 136).

Può essere che il couscous sia meglio con i tortellini, ma ho i miei dubbi che sia meglio condirlo con ketchup. In altri termini, ritengo che vi siano buone ragioni per cucinare i cibi secondo le ricette tradizionali o, fuor di metafora, per difendere la propria identità culturale. La reciproca negoziazione della propria identità va bene tra classi di individui che sono sullo stesso piano. Quando uno dei due attori della negoziazione si trova in una situazione di inferiorità, la negoziazione non è più vera negoziazione. Quando c?è una cultura rappresentativa di un complesso politico-militare-industriale che ha nelle proprie mani il mondo intero ed ha tutti i mezzi per distruggere qualunque diversità culturale incontrata nel proprio cammino, nessun vera fecondazione reciproca può realizzarsi. La conciliazione un po' ironica che Aime può funzionare finché i diritti degli individui vengono rispettati, o almeno non gravemente compromessi. Quando ciò non accade, non c'è spazio per alcuna negoziazione umana o culturale; è il momento dell'Identità, della tradizione o, nella peggiore delle ipotesti, del fondamentalismo. Il problema si sposta dal piano culturale a quello economico e politico, e torna a quello culturale quando ci si rende conto che il capitalismo avanzato produce una cultura che, dietro l?apparenza democratica e ugualitaria, è sostanzialmente fondamentalistica ("fondamentalismo della corsa", la definisce Franco Cassano), non accettando, delle altre culture, se non ciò che può mettere al servizio della logica dei consumi e del profitto.



Antonio Vigilante, Muntu. Percorsi nelle scienze sociali

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