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Recensioni Le
culture sono chiamate oggi a combattersi o a confrontarsi, secondo i
modelli dello scontro di civiltà o del multiculturalismo. Modelli
entrambi errati, sostiene Marco Aime, perché le culture non esistono.
Esistono le persone, come portatrici di culture. Non è una differenza da
poco. Le culture vengono pensate come insiemi compatti, realtà
monolitiche, unità di senso già compiute, cui nulla si può aggiungere
senza adulterarne la purezza ed offenderne la dignità. Le persone sono
ben altro. Ogni persona è impegnata a rinegoziare la propria identità in
base all'esperienza, a perdere e conquistare convinzioni, miti,
superstizioni, ideologie. La realtà è fatta di persone che si incontrano
e si interpretano a vicenda, non di incontri o scontri di civiltà. Vi è
dunque un errore di fondo nella considerazione del problema, che
caratterizza non solo chi, magari per ottenere successo politico, alimenta
la xenofobia, ma anche in chi vorrebbe promuovere una società
pluralistica; proprio perché si cerca, in questo caso, la difesa di
un?astratta cultura, più della agevolazione concreta dell?incontro tra
diversi, che è occasione per rinegoziare le identità. Le scuole, così,
fanno spesso intercultura insegnando che ?siamo tutti uguali? (e quindi
confermando il carattere inquietante della diversità), ma ancor più
sbagliano le istituzioni che ricorrono al mediatore culturale, che diventa
il rappresentante ufficiale di una cultura, vale a dire di una realtà
ormai considerata chiusa, sottratta al confronto ed alla discussione. L'errore,
dunque, è tanto a destra quanto a sinistra. Nel tentativo di promuovere
l?integrazione e la tolleranza, la sinistra cade nella trappola del
ricorso alla categoria dello straniero, dimenticando che è di individui
che bisogna ragionare, e che qualsiasi altro procedimento porta alla
contrapposizione noi/loro. Il nuovo razzismo non ricorre più alle
categorie della superiorità ed inferiorità delle razze e delle culture,
ma a quella della diversità. Gli stranieri vengono considerati come delle
minacce per l?integrità della propria cultura, non come portatori di una
inferiorità da punire ed estinguere. Il ricorso alla differenza etnica e
culturale copre, poi, i conflitti economici e sociali, permettendo anche
di identificare una categoria di persone ? gli extracomunitari, da qualche
tempo; in passato meridionali ? sui quali scaricare le tensioni,
alimentando spesso una guerra tra poveri. La
ricetta di Marco Aime è, più o meno, quella del couscous ai tortellini.
In una scuola materna, racconta, le maestre hanno deciso di preparare il
couscous in omaggio agli studenti maghrebini. "Poi una maestra ha
chiesto a un piccolo marocchino: "Ti
piace?" "Sì". "È
come quello che fa la tua mamma?" "Quello
di mia mamma è più buono perché mette uno strato di couscous e uno di
tortellini, uno di couscous" (p. 136). Può
essere che il couscous sia meglio con i tortellini, ma ho i miei dubbi che
sia meglio condirlo con ketchup. In altri termini, ritengo che vi siano
buone ragioni per cucinare i cibi secondo le ricette tradizionali o, fuor
di metafora, per difendere la propria identità culturale. La reciproca
negoziazione della propria identità va bene tra classi di individui che
sono sullo stesso piano. Quando uno dei due attori della negoziazione si
trova in una situazione di inferiorità, la negoziazione non è più vera
negoziazione. Quando c?è una cultura rappresentativa di un complesso
politico-militare-industriale che ha nelle proprie mani il mondo intero ed
ha tutti i mezzi per distruggere qualunque diversità culturale incontrata
nel proprio cammino, nessun vera fecondazione reciproca può realizzarsi.
La conciliazione un po' ironica che Aime può funzionare finché i diritti
degli individui vengono rispettati, o almeno non gravemente compromessi.
Quando ciò non accade, non c'è spazio per alcuna negoziazione umana o
culturale; è il momento dell'Identità, della tradizione o, nella
peggiore delle ipotesti, del fondamentalismo. Il problema si sposta dal
piano culturale a quello economico e politico, e torna a quello culturale
quando ci si rende conto che il capitalismo avanzato produce una cultura
che, dietro l?apparenza democratica e ugualitaria, è sostanzialmente
fondamentalistica ("fondamentalismo della corsa", la definisce
Franco Cassano), non accettando, delle altre culture, se non ciò che può
mettere al servizio della logica dei consumi e del profitto.
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