|
|
||
|
il progetto | l' autore | copyleft | il blog | guestbook
Recensioni Vittorino
Andreoli,
Si
fa presto a dire pace, Marsilio, Venezia, 2004, pp. 137. In
questo libretto Vittorino Andreoli, psichiatra tra i più noti in Italia,
raccoglie gli articoli pubblicati su «Avvenire»
dal 21 gennaio al 6 maggio 2003, aventi come oggetto la guerra in Iraq.
Rivolgendosi al grande pubblico con l’intento di interpretarne i
sentimenti, Andreoli rinuncia alla tentazione di fornire una interpretazione
psicologica della guerra, confessando piuttosto il suo disagio di psichiatra
che si trova ad affrontare il problema della follia individuale in un
periodo nel quale la follia caratterizza l’opera di intere nazioni, o
almeno delle loro classi politiche. È
l’emozione il filo che unisce questi interventi; ed una in particolare:
l’indignazione. Emozione che nasce dall’evidenza di una guerra voluta,
pianificata, imposta al mondo con un rozzo pretesto, dietro il quale vi sono
interessi che non sfuggono a nessuno. Contro questi interessi poco può la
ragione, poco ottiene la volontà di pace dei popoli, espressa in
manifestazioni di milioni di persone. È
chiaro che l’attacco contro l’Iraq è anche un attacco contro la nostra
stessa democrazia, perché quella delega che è il meccanismo centrale delle
democrazie rappresentative diventa un meccanismo perverso quando concede ai
rappresentanti il diritto di dichiarare guerra ed uccidere. È,
questa, una decisione che non si può delegare. Perché, chiede Andreoli,
non si è fatto ricorso all’istituto del referendum, che si adopera per
questioni meno gravi ed urgenti? Quello
di Andreoli è un piccolo atto d’accusa contro le classi politiche dei
paesi democratici, colpevoli di aver tradito i loro popoli e di aver
affrettato l’«agonia
della democrazia» (p.77). Traditori, anche, dell’Occidente. Negli
interventi di Andreoli compaiono per rapidi tratti momenti e voci della
storia culturale europea, ad attestare una tradizione di moderazione, buon
senso, attenzione all’uomo contro la quale si staglia la sola sinistra
figura di Machiavelli. Ma
l’emozione, espressa con limpidità ed onestà intellettuale, non si fa
proposta politica. Andreoli è il rappresentante di una opposizione alla
guerra che resta sul piano della denuncia e della condanna, senza tradursi
in proposta politica. Scrive: «Il pacifismo è un movimento contro la
guerra, un movimento irrefrenabile poiché non affonda le radici nella
ragione, ma nell’etica, negli imperativi che non ammettono di ammazzare e
di fare stragi di guerra, ma non è certo una dottrina per risolvere i
problemi politici del mondo. È semplicemente un grido corale contro la
guerra, un agitarsi disperato per evitarla, fino a morire per non far
uccidere. Non risolve i problemi politici e non necessariamente chi si
oppone alla guerra ha una strategia contro la tirannide…” (p.64). Una
posizione piuttosto fragile, che sembra dar ragione a quanti vedono nella
condanna della guerra una scelta pre-politica, sentimentale, poco realistica
ed in fondo irresponsabile, che abbandona il mondo a chi sa far uso della
forza senza scrupoli morali. È proprio per prendere le distanze da questa
posizione che nasce la nonviolenza, come rifiuto della guerra che pretende
di essere politica, organizzazione sociale ed economica, via efficace per
combattere la violenza, la guerra e l’ingiustizia con la forza della
ragione e dell’ethos.
Antonio
Vigilante, Muntu. Percorsi nelle scienze sociali | ||
© 2005 Antonio Vigilante I testi di questo sito possono essere
riprodotti a condizione che ciò avvenga senza scopo di lucro, che non venga
apportata alcuna modifica e che venga citata la fonte. I testi dell'antologia
sono di proprietà dei rispettivi editori, e vengono qui proposti al solo
scopo di diffondere la conoscenza delle scienze sociali. Gli editori possono
chiederne la rimozione inviando una e-mail a:
antonio.vigilante[at]istruzione.it I files in formato .pdf sono realizzati
con il software libero OpenOffice.