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Recensioni
Vittorino Andreoli,
Lettera
a un insegnante, Rizzoli, Milano 2006, pp. 175.
Questa
Lettera ad un insegnante comincia
con una lunga ed efficace captatio benevolentiae, con la quale
Andreoli condivide molte delle lagnanze più comuni della
classe docente: lo stipendio, che fa dei professori i nuovi poveri,
lo squallore degli edifici scolastici, il senso di solitudine e la
vera e propria depressione che un docente spesso si trova a
sperimentare, il mancato riconoscimento sociale della propria
professione. Parla con rispetto, dunque, Andreoli, si rivolge
all'insegnante con il vivo ricordo dei suoi insegnanti e di ciò
che hanno rappresentato per la sua crescita umana e culturale.
Ciò
non gli impedisce di lasciarsi andare, qualche decina di pagine dopo,
ad una fenomenologia dell'insegnante che è in realtà
una caricatura della classe docente. Il professore può essere
figo, cesso, da palcoscenico, samaritano, vittima, cattivo,
minimalista, ingiusto, mito: tutte cose che non vanno bene,
molteplici variazioni sul tema del fallimento pedagogico. Contro
queste caricature, esiste il profilo netto dell'insegnante ideale, in
possesso di una preparazione completa nella sua disciplina e senza
forme di autoesaltazione. Purtroppo, questo insegnante ideale è,
per Andreoli, un professore che “forse non c'è” (p.
118).
Evidentemente per Andreoli la scuola è piena di caricature
umane e professionali, forse perché si tratta di un lavoro che
fa emergere l'istrionismo o, al contrario, la timidezza che blocca e
spinge a misure di difesa a volte anche estreme. Non ha tutti i
torti.
Caricaturale
sembra essere anche la visione che Andreoli ha degli adolescenti. Una
tesi non poco diffusa tra i docenti quando parlano dei loro alunni
è
quella della mutazione antropologica. I ragazzi di oggi,
sostiene questa tesi, non sono più come quelli di una volta,
è
avvenuto qualcosa di misterioso che ha provocato un cambiamento
radicale, spezzando la continuità tra generazioni. Così
per Andreoli gli adolescenti di oggi, oltre che fragilissimi, sono
caratterizzati da una deplorevole frammentazioni psichica e
linguistica, da un esasperato estetismo, dal desiderio di apparire e
sottrarsi ad una vita ordinaria. Le loro frasi non sono che
“espressioni infantili, gemiti da neonato o da preominide”,
meno
ricche anche del canto di un merlo, mentre la musica giovanile, come
il rap, “è la rappresentazione artistica della
schizofrenia”
(p. 88). È molto probabile che Andreoli non abbia mai letto il
testo di una canzone rap. Né ricorderà il
“testo”
di canzoni amate dagli adolescenti e dai giovani di un tempo, come
“blu le mille bolle blu” o “yeeehhh, i tuoi occhi
sono fari
abbaglianti”. Andreoli sembra anche ignorare che per ogni
ragazzina
che sogna di diventare famosa partecipando al Grande Fratello o
facendo la letterina ce ne sono almeno dieci che sognano una vita
assolutamente anonima, come mogli e madri di famiglia,
accontentandosi di un lavoro da commessa o da cassiera di
supermercato.
La
scuola ha per Andreoli il compito di insegnare a vivere. Troppa
importanza si è data al lavoro, come se la scuola dovesse
occuparsi soltanto dell'inserimento dei giovani nel sistema
produttivo, mentre essa ha ben altri fini, osserva. Difficile negare
che abbia ragione. Ma cosa può significare insegnare a vivere?
Chi può farlo? Questo compito comporta la conquista della
saggezza, l'accesso sicuro alle vere vie della vita. Probabilmente
l'insegnante ideale ha le chiavi della vita, ma per gli altri, per le
povere caricature umane, non è così. Sono persone
smarrite più dei loro alunni: che senso ha affidare loro il
compito di insegnare a vivere? Facile che questo compito venga
tradotto nella prassi più facile, quella del moralismo, della
imposizione dei cari vecchi valori, del conformismo, del perbenismo.
Qualcosa di cui non si avverte il bisogno.
L'educazione
è, in realtà, un'attività riflessiva. Non
c'è
qualcuno che educa qualcun altro. C'è qualcuno che educa se
stesso e, attraverso se stesso, qualcun altro. La chiave della vita
non è il possesso sicuro dell'insegnante, ma la meta più
o meno lontana di entrambi, insegnante ed alunno.
Questo
compito comune dovrebbe comportare una certa orizzontalità,
porre docente ed alunno sullo stesso piano della ricerca della
verità. L'insegnante che insegna a vivere è invece una
specie di guru, che deve curare attentamente la sua immagine. Non
sorprende che Andreoli raccomandi al docente di vestirsi in un modo
che lo differenzi immediatamente dai suoi studenti, ad
“indossare,
anche materialmente, un abito che sappia di cerimonia, che si adegui
alla tua parte” (p. 60). In possesso delle chiavi della vita, il
docente diventa quasi sacro. Naturalmente un imbecille qualsiasi, che
si creda in possesso delle chiavi della vita ed investito di una
missione sacra, è pericolosissimo, così come è
pericolosa una scuola in cui i rapporti umani vengano ulteriormente
congelati attraverso il ricorso al ritualismo e addirittura alla
liturgia, come vorrebbe Andreoli, che deplora l'informalità
che “ha comportato la banalizzazione di ogni azione” (p.
61). La
liturgia ed il rituale vanno bene quando si tratta di celebrare, non
quando si tratta di istruire o di educare. Il rituale funziona per le
situazioni umane nelle quali non è prevista alcuna
creatività,
ma solo la ripetizione infinita di un gesto iniziale e la riedizione
di un mito fondante. La scuola è tutt'altro. Un docente che
volesse trasformare la sua aula in un luogo in cui si fa liturgia,
spacciandosi per sacerdote della cultura, sarebbe sommerso dalle
risate dei suoi alunni. E giustamente.
Messosi
sulla via del sacro, Andreoli giunge a riabilitare il peccato ed il
senso di colpa. Oggi, dice, non si avverte più il senso di
colpa, qualsiasi azione va bene, e questo non va bene, bisognerebbe
avvertire la colpa ed il peccato, pentirsi, pagare la pena, anche se
solo su questa terra. “Il senso di colpa è riconoscere di
aver mancato, di aver peccato per usare un termine demodé,
ed è un punto di partenza per chiede perdono e, dunque,
pagare una pena” (p. 99). Bello sarebbe se fosse vero quello che
dice Andreoli, se davvero il senso di colpa fosse scomparso ed il
peccato fosse stato restituito ai preti. In realtà, il senso
di colpa è oggi più vivo che mai, e rovina le esistenze
di persone ed adulti. È quasi incredibile che queste
affermazioni vengano da uno psicologo come Andreoli, che conosce bene
gli adolescenti e le loro sofferenze psicologiche. In questo stesso
libro, sostiene che bocciare un ragazzino è un atto
gravissimo, ed ammonisce severamente: “Ti prego, vergognati come
persona e come scuola e poi non meravigliarti di quel suicidio e non
accontentarti di ipotesi che chiamano in causa problemi psichici per
i quali la scuola non può nulla, non c'entra niente” (p.
164). Personalmente, auspico che si giunga prima o poi ad eliminare
la bocciatura dal nostro sistema scolastico – cosa che è
possibile ottenere soltanto sostituendo ai diplomi attuali (che non
certificano nulla) dei diplomi che certifichino esattamente il
percorso fatto dallo studente, anche con le insufficienze, con una
votazione minima di dieci centesimi; ma non è questo il punto.
Se una bocciatura porta ad un suicidio, è solo perché
essa viene caricata di molti significati nell'ambiente familiare,
diventa il segno di un fallimento, una delusione data ai genitori che
tanto hanno investito: ricompare, insomma, il senso di colpa. Recenti
notizie di cronaca parlano di adolescenti o giovani che si sono
suicidati in seguito a banali incidenti che avevano danneggiato le
automobili dei genitori. Non è la scuola che uccide. Uccide il
senso di colpa.
Quel
che di buono c'è, nel discorso di Andreoli, è la
critica dell'individualismo e della competizione, che sono la vera
anima del nostro sistema scolastico. Bisognerebbe pensare alla
classe, lavorare per la classe, valutare la classe, non i singoli,
afferma; ciò, aggiunge “trasformerebbe la cultura e il
sapere in strumenti per vivere”(p. 41). Questo è lo spunto
più interessante del libro. La scuola ha bisogno, più
di ogni altra cosa, di una diversa concezione della cultura, che si
opponga con forza alla concezione strumentale dominante. Ma Andreoli
non sviluppa questo punto, fa anzi un passo indietro. Passando a
parlare dell'Università, spiega che con essa si entra
“nella
nostra società che è in lotta e di corsa” (p. 170)
e
dice che c'è poco da fare, non si può protestare,
“non
c'è tempo per il romanticismo, bisognerebbe preparare i
giovani a questo mondo” (p. 171). Qui crolla tutto il
discorso di Andreoli. Che senso ha insegnare a vivere, se poi bisogna
disimparare la vita per abbandonarsi alla competizione? O forse
bisogna dire che la competizione è vita? Se bisogna preparare
i giovani alla competizione, non è bene farlo sin da subito?
Che senso ha educare alla collaborazione alla scuola secondaria ed
abbandonare lo studente alla crudeltà della competizione
all'Università? Che senso ha non bocciarlo per evitargli
sofferenze psicologiche, sapendo che poi giungerà al mondo
universitario impreparato alla competizione, con conseguenze anche
più gravi?
Questa
conclusione così insoddisfacente ha due ragioni. La prima
è
che Andreoli, perfettamente a suo agio quando si tratta di prendere
sottobraccio l'insegnante, dargli una pacca sulla spalla, fargli un
rimbrotto benevolo, lo sarebbe molto meno se dovesse criticare i suoi
colleghi universitari. Eppure sarebbe ora che qualcuno ponesse il
problema della insufficienza educativa delle università. La
seconda è che con ogni evidenza Andreoli non dispone di una
visione culturale realmente alternativa a quella dominante,
strumentale e individualistica; in caso contrario, mai avrebbe
bollato come “romanticismo” la critica dell'individualismo
culturale condotta fino in fondo. Non è il caso di fargliene
una colpa: chi può dire, oggi, di disporre di una visione
della cultura alternativa a quella dominante? E chi, avendone una, ha
il coraggio di trarne tutte le conseguenze?
Antonio Vigilante, Muntu.
Percorsi nelle scienze sociali
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