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Recensioni Claudio
Bonvecchio-Claudio Risé, L'Ombra del potere, Red, Milano 2004
(seconda edizione). Tornando
in libreria con una nuova edizione, il libro L'Ombra
del potere di Claudio Bonvecchio e Claudio Risé, la cui prima
edizione risale al 1999, perde una parte del sottotitolo: non più Il
lato oscuro della società: elogio del "politicamente scorretto",
ma semplicemente Il lato oscuro della società. Sarà perché il
tema della political correctness nel frattempo ha perso d'attualità.
Nulla il libro ha perso, tuttavia, della sua scorrettezza; che, temo, è
scientifica ed etica, prima che politica. Bonvecchio,
professore di Filosofia politica a Trieste, e Risé, psicanalista
junghiano, sono animati dal proposito di svelare il rimosso, di mettere a
nudo quella parte oscura della nostra società che quanto più è
coscientemente rifiutata tanto più ci condiziona negativamente. A far da
guida è la concezione junghiana dell'ombra. Come nell'individuo l'ombra
dev'essere integrata nella pienezza del sé, così la società deve fare i
conti con il suo lato oscuro nel tendere verso la perfezione terrena. Il
paradiso in terra, il regno delle origini non può essere privo di male.
Esso sarà una congiunzione di opposti, una congiunzione degli opposti,
della luce e delle tenebre, dell'inconscio con la coscienza. C'è
poco da obiettare. Indubbiamente l'umanità ha i suoi lati oscuri, ben
mostrati dalla storia, e segnatamente da quella recente. Indubbiamente
questi lati oscuri, quanto più negati e rigettati, tanto più risultano
pericolosi e potenti. Il problema sorge quando si tratta di caratterizzare
questa integrazione dell'inconscio nel cosciente, questa fusione di luce
ed ombra. Quanta ombra resterà, nel dominio della luce? Insieme ad eventi
dai quali è senz'altro possibile trarre conclusioni pessimistiche, la
storia mostra anche la possibilità si superare l'ombra violenta,
sublimandola in forme di lotta politica tanto aggressive quanto incruente.
Non è in questa sublimazione che si compie sul piano collettivo e sociale
quella integrazione dell'ombra nel Sé nella quale consiste, in Jung, il
processo di individuazione? Gli autori non sono di questo parere. Dopo
aver fatto l'apologia dell'odio, come forza che emancipa dallo stato
uroborico (vale a dire dallo stato di fusione con il gruppo) ed inaugura
la civiltà, si pongono il problema della nomotetica, del controllo e del
limite dell'odio. "La sua apparizione deve essere fugace come un
lampo al magnesio, non può essere un fuoco che tutto divora" (p.
67). Questo lampo al magnesio, integrato nella coscienza ed accettato, ha
una sua grandiosità, mentre l'odio rimosso degenera in risentimento,
nella morale degli schiavi, nella furia omicida. Bne, nessun problema è
più attuale di quello del controllo dell'odio. Ma che forma assumerà
l'odio controllato? La forma della guerra. Dopo aver letto l'elogio
dell'odio, tocca leggere l'elogio della guerra, condito naturalmente da
fascinosissime immersione junghiane nelle immagini archetipiche. Ecco
l'annuncio: "la guerra come festa opera il miracolo di una fusione
completa tra il divino, l'individuo e la collettività in un reciproco e
totale riconoscimento: è una epifania del numinoso" (p. 82). E
ancora: "la guerra sviluppa, nel sangue, nel lutto e nel dolore, doti
di coraggio, virilità e razionalità" (p. 86), è una "azione
da veri uomini" (p. 94) che comporta un "piacere creativo,
artistico" (p. 87). Sono tesi ben conosciute, che oggi come ieri si
ornano di considerazioni falsamente scientifiche e falsamente estetiche,
pure e semplici idiozie irresponsabili, per confutare le quali basterebbe
la testimonianza di chiunque la guerra l'abbia vissuta, subita - non
progettata né evocata: non politico né intellettuale - sulla propria
pelle, vivendo una realtà ben diversa dalla mistica integrazione tra
divino (quale divino?), individuo e collettività: l'esperienza dell'odio
imposto, dell'impotenza, dell'impossibilità di disporre del proprio
corpo, la frustrazione continua, la distruzione della propria umanità
nell'atto stesso di distruggere l'umanità degli altri, riducendoli a
cose. Deplorando
il male, Bonvecchio e Risé esaltano ciò da cui quel male è nato: non,
come tentano di dimostrare, la razionalità illuministica, ma
l'esaltazione irrazionalistica delle forze oscure, del sangue e della
razza, della terra, della virilità, del cameratismo. Ma
la guerra cui pensano i nostri autori, sia chiaro, non è la guerra totale
del Novecento. Quella guerra, anzi, è il risultato della rimozione di cui
parlano. Il maschile - che odia civilmente, per così dire - è stato
orribilmente represso, e perciò è esploso in forme così orribili (ma se
la guerra in sé è bella e creativa, non sarà massimamente bella la
guerra mondiale?) La colpa, è appena il caso di notarlo, è delle donne.
Contro ogni evidenza, i nostri autori denunciano il dominio del femminile
nella nostra società. La società dei consumi è una Grande Madre - come
dimostra il prevalere dell'azienda (realtà tipicamente femminile) - che
costringe l'uomo a femminilizzarsi, con due drammatiche conseguenze. La
prima è la fine del dono nella società attuale, poiché il dono è cosa
maschile, legata al movimento fallico. Tesi dimostrata, se così si può
dire, rimandando ad una relazione dell'autorevole Demetres Tryphonoopoulos
ad un convegno su "Ezra Pound educatore". Contro tanti e tali
argomenti a ben poco servirebbe, suppongo, opporre il carattere di dono
della maternità (anche se poi affermano che la femminilità, "che
dà la vita", causa la rimozione della morte: p. 117) . La seconda
conseguenza è che, indebolendosi il maschile, la società resta priva di
idee nuove, geniali, incapace di qualsiasi reale cambiamento: perché la
donna è buona per le cose quotidiane, mentre all'uomo spetta l'audacia
che crea cose nuove. Per corroborare quest'ultima idiozia gli autori
riescono a trovare un'autorità addirittura superiore a Tryphonoopoulos:
Ezra Pound in persona. Antonio
Vigilante, Muntu. Percorsi nelle scienze sociali | ||
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