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Recensioni

Paolo Flores d'Arcais, Il sovrano e il dissidente. La democrazia presa sul serio, Garzanti, Milano 2004,  pp.105.

 

Un pamphlet sulla crisi della democrazia, con sullo sfondo l'Italia di Berlusconi. Condivisibile (fin quasi ad apparire scontato) nella parte centrale, là dove propone gli aggiustamenti necessari per trasformare una democrazia apparente in una democrazia presa sul serio, appare qua e là discutibile nelle premesse teoriche.

 Flores parte da lontano: dalla situazione dell'uomo nel mondo. Situazione che è di gettatezza, di sbando. L'uomo è disorientato dalla sua stessa libertà, ha bisogno di una legge che gli dia una direzione; e tale legge scende dall'alto, si costituisce in origine in un orizzonte religioso, che orienta i singoli e struttura la convivenza umana. Ma la religione è tramontata, l'Occidente è la terra del disincanto e della secolarizzazione. La forma politica che esprime questa nuova condizione è, appunto, la democrazia, che rappresenta il primo tentativo dell'uomo di darsi una organizzazione assolutamente autonoma, senza fondamento religioso e metafisico. Sospinta la fede nel piano privato ed evitato il pericolo delle "trascendenza mondane" (i surrogati politici di Dio), la democrazia è l'esercizio tragico di un potere assoluto, perché non legato ad alcuna rassicurazione trascendente. Tale potere è di tutti, e tuttavia non può esprimersi che nella forma della maggioranza: un potere di tutti che di fatto diventa potere dei più. Questa contraddizione interna alla democrazia si risolve solo prendendosi cura di coloro che non fanno parte della maggioranza che esercita il potere: della minoranza, della minoranza della minoranza, fino a giungere al singolo che non condivide il sistema: il dissidente. C'è democrazia dove ad ognuno è dato il potere e la libertà di dissentire.

La democrazia poggia sulla difesa dell'individuo, dunque. Un individuo non teorico, ma fatto di carne e sangue. Difendere l'individuo vuol dire in primo luogo difendere il suo diritto all'esistenza ed alla salute, poiché non v'è uguaglianza senza il possesso comune delle minime condizioni vitali. In secondo luogo, l'individuo può esercitare il proprio potere solo se possiede le conoscenze necessarie per valutare e decidere. La menzogna è nemica dell'individuo e della democrazia, e la televisione, strumento principale di diffusione della menzogna, è uno degli strumenti piu pericolosi per la democrazia. Infine,  la libertà di esprimere attraverso il voto la propria scelta politica dev'essere rigorosa, senza intimidazioni o derive clientelari, così come dev'essere garantita a ciascuno la possibilità di candidarsi e di essere eletto, impedendo che le risorse economiche risultino decisive per l'accesso al potere politico. Una democrazia presa sul serio ha bisogno di politici di professione, ma solo come strumenti della sovranità dei cittadini. Nelle democrazie si è andata invece affermando la partitocrazia, che ha fatto dei politici un ceto, solidale e compatto al di là delle differenze di schieramento, che ha privatizzato la politica e ne ha fatto la propria professione, escludendo di fatto i cittadini dall'esercizio del potere politico. Tale esclusione costringe l'individuo nella vita privata, nella quale non cerca più il potere, ma il successo, nelle dimensioni del lavoro o del tempo libero. La sfera privata è la sfera del vuoto identitario, del conformismo, della replica di un prototipo umano. "Per essere davvero individui non resta che il cittadino, cioè la vita pubblica" (p.68), che costringe il singolo a decidere, progettare, lottare. I movimenti rappresentano la riconquista della cittadinanza, l'irrompere sulla scena politica di vaste moltitudini che escono dall'interesse privato per combattere lotte nell'interesse pubblico.

La democrazia presa sul serio è dove il demos si costituisce come "comunità di dissidenti", vedendo nel conformismo il suo pericolo più grande, indice sicuro di deriva totalitaria.  E la difesa del dissidente passa attraverso la garanzia dell'uguaglianza di tutti di fronte alla legge: l'autonomia della magistratura è la condizione dell'esercizio politico del dissidente e della sua opposizione alla maggioranza dei potenti.

Fin qui Flores. Una prima critica che si può avanzare riguarda la separazione, anzi contrapposizione tra la dimensione privata "prepolitica, anzi antipolitica" dell'individuo e la sua dimensione pubblica, civile, politica. Contrapposizione che non regge a livello teorico, ed ancor meno è sostenibile nella concretezza dell'attuale situazione storica. Viviamo oggi la realtà di un potere che, come aveva preconizzato Pasolini, va ben oltre il fascismo nella sua pretesa e capacità di spingere al conformismo ed all'obbedienza. Il potere massmediatico non si accontenta più di una lealtà esteriore e pubblica, esige una conversione totale, una adesione integrale al modello esistenziale unico, a partire dal privato. La visione negativa del privato di Flores è riferibile appunto ad un tale privato, un privato privato, vorrei dire: cui è stata sottratta la sua nobiltà, il suo valore. Un privato violentato e ridotto ad involucro fragile per i contenuti della cultura ed incultura massmediatica. Ma queste realtà non esclude la possibilità di un privato diverso, così come la degenerazione partitocratica della democrazia non impedisce di pensare un pubblico diverso. Poiché il potere colpisce fin nelle nostre case, è nelle nostre case, prima che nelle piazze, che comincia la lotta per l'individuo, la lotta per la democrazia presa sul serio. Flores interpreta la lotta politica nella forma dell'azione sociale; a me pare che si possa condividere invece la lettura di Alain Touraine, per il quale all'attore sociale subentra oggi, nell'epoca della spersonalizzazione, il soggetto alla ricerca di sé in un privato che è perciò pubblico e politico, in un individualismo  "che si traduce, al di là del rifiuto dell'intolleranza,  nella ricerca di spazi in cui crescere liberamente" (A.Touraine-F.Khosrokhavar, La ricerca di sé. Dialogo sul soggetto, Il Saggiatore, Milano 2003, p. 32).

Ma il privato, la dimensione del soggetto, è anche la dimensione religiosa. E veniamo alla seconda critica. Flores spinge la religione nel privato, e con ciò crede di marginalizzarla, di farne un residuo del passato estraneo alla democrazia, che nascerebbe dal consumarsi della fede nella Trascendenza. Tesi storicamente vera solo a metà. Vera, perché è dalla crisi di una legittimazione religiosa, dall'alto, del potere politico, che nascono le forme politiche della modernità. Falsa, perché la religione non è stata e non è solo questo. Religione è anche quel movimento che, facendo leva sulla Trascendenza, giunge alla dissidenza, all'obiezione di coscienza. Che sarebbero l'Europa e l'America, i luoghi della democrazia, senza l'esperienza di quei cristiani, anabattisti, mennoniti, sociniani, quaccheri, eccetera, che hanno difeso a costo della persecuzione i valori della coscienza, della pace, della tolleranza, della libertà di interpretazione? Non è in Tolstoj, pensatore religioso, che il soggetto attinge una dissidenza talmente radicale da sfociare nell'anarchia? Con ciò non si vuol dire che la religione, intesa come fede in Dio, sia una condizione della democrazia autentica. C'è una ricerca di sé, un lavorio interiore, un tormento della coscienza che è la traduzione laica della fede. Senza questo costituirsi come soggetto - come soggetto inquieto, magari - non c'è azione sociale che abbia sostanza. La fragilità di una mobilitazione dai grandi numeri, che non sia sorretta però da una affettiva persuasione, è sotto gli occhi di tutti. I milioni di manifestanti contro la guerra avrebbero cambiato radicalmente il nostro assetto politico (ed anche la struttura economica della nostra società, forse) se oltre che attori sociali fossero stati soggetti.

Un'ultima considerazione riguarda la magistratura. È chiaro che una magistratura libera ed autonoma rappresenta una garanzia. L'autonomia della magistratura assicura la preminenza del potere delle leggi su quello degli uomini. Ma se quest'ultimo è sempre arbitrario, il primo nasconde non poche insidie per la libertà del soggetto: e certo non è dalla parte del dissidente. Un dissidente difeso dai magistrati è una contraddizione in termini. Vero dissidente è chi giunge a mettere in discussione in modo anche molto radicate lo status quo. E poiché la legge è null'altro che la traduzione e formalizzazione dello status quo, il dissidente non può che giungere a mettersi contro le stesse leggi. Apertamente, responsabilmente. Il dissidente autentico è l'obiettore di coscienza. Il quale non potrà sperare di essere difeso dalla magistratura, e sarà anzi proprio il magistrato il primo che si troverà di fronte nella sua lotta. Non dimentichiamo che davanti ai magistrati italiani sono comparsi alcuni tra gli uomini più grandi che l'Italia abbia avuto nella storia recente, venendone condannati, ed in qualche caso addirittura confusi con delinquenti comuni ("individuo con spiccata attitudine a delinquere" definirono Danilo Dolci i giudici siciliani).

L'esaltazione della magistratura circoscrive così i limiti della dissidenza pensata da Flores d'Arcais, ne mette in luce la prudenza, il legalismo, il carattere tutt'altro che radicale, che non può soddisfare chi pensa che la democrazia, presa sul serio, sia qualcosa di rivoluzionario, e che quelle attuali non siano che misere prove generali - rappresentazioni di democrazia, in fin dei conti.  

 

Antonio Vigilante, Muntu. Percorsi nelle scienze sociali

 

 

 

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