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Recensioni

James Hillman-Michael Ventura, Cent'anni di psicanalisi e il mondo va sempre peggio, Rusconi, Milano 2005, pp. 291.

 

James Hillman è il più autorevole rappresentante della tradizione psicanalitica junghiana, autori di testi di grande successo come Il codice dell'anima e L'anima del mondo. Michael Ventura è un giornalista e scrittore americano del tutto sconosciuto da noi. Questo libro, uscito in America nel 1991 ed in una prima edizione italiana nel 1998 (presso Raffaello Cortina), è un dialogo sulla situazione attuale della psicanalisi e, naturalmente, sulla situazione attuale del mondo considerata attraverso le lenti della psicanalisi, costruito in modo inusuale anche per un libro a quattro mani: ad un primo dialogo tra i due sulle Pacific Palisades a Santa Monica segue uno scambio di lettere, nel quale a dire il vero risulta proibitivo seguire il filo della discussione, cui segue un altro dialogo interrotto da telefonate e messaggi nella segreteria telefonica.

A cent'anni dalla sua creazione, dunque, la psicanalisi (per la precisione il titolo originale e quello della prima edizione italiana parlano di psicoterapia) si mostra fallimentare; eppure non si può dire che Freud abbia alimentato sogni di liberazione o palingenesi sociale. Prometteva più modestamente di rendere più tollerabile la vita, curando le nevrosi. Queste, invece, sono cresciute, il malessere dell'uomo contemporaneo ha raggiunto proporzioni inquietanti, e la psicoterapia sembra impotente a fronteggiarlo. Perché? La causa di questo fallimento è individuata da Hillman principalmente in un errore di prospettiva: la psicanalisi fissa l'uomo al passato, lo ricaccia indietro, lo chiude nella sua infanzia, mentre dovrebbe metterlo in contatto con il suo presente, gettarlo nel mondo, indurlo a problematizzare il sistema in cui vive. Le cause del malessere sono cause attuali: sono cause economiche, ecologiche, urbanistiche e così via. È la costruzione di un sistema di vita impossibile che rende impossibile la vita dei singoli. Diventa chiaro il significato politico della psicoterapia: la relazione terapeutica, inducendo a indagare le cause sociali del malessere, diventa una sorta di «cellula nella quale si prepara la rivoluzione» (p. 51). Idea apprezzabilissima, benché nulla affatto nuova. Una idea molto lontana, comunque, da quello che è la psicoterapia, la quale, afferma Hillman senza mezzi termini, è diventata un'industria, un business come un altro, in mano a professionisti della normalità, uomini noiosi custodi del ben pensare, preoccupati di non mettere in discussione il pensiero dominante della classe media per non perdere clienti.

Quando si vuol fare la rivoluzione, è bene avere le idee chiare. Indicato il luogo della rivoluzione, che è lo studio dello psicoterapeuta, in che modo ci si dovrà muovere? Ridefinendo il concetto di Sé, risponde Hillman; e ridefinendolo in modo tale che il Sé non sia più un Sé, ma rifletta altro. Il Sé come «interiorizzazione della comunità» (p. 53; corsivo nel testo). Questo Sé ecologico e comunitario, anzi animistico, che non esiste se non partecipa, è la leva del cambiamento che porta dalla comunità globale – che ci fa essere in contatto con tutto il mondo, ignorandoci l'un l'altro – alla comunità locale, all'interessamento per chi vive nell'appartamento accanto al nostro. Ventura obietta, molto sensatamente, il rischio di fascismo: «Ma se la comunità agisce troppo attraverso di lei allora lei non esiste. E quando lei non esiste, si apre alla possessione da parte di qualsiasi forza o idea o demagogo che cerchi di impossessarsi di lei.» (p. 55) Hillman risponde contrapponendo al tribalismo fascista il tribalismo vero e proprio, nel quale il Sé è comunitario ma l'individualità è rispettata. Prova ne sarebbe, per Hillman, che nelle società tribali la gente ha nomignoli assolutamente individuali. Cosa vera - e non solo per le società tribali in senso stretto - ma che in realtà esprime non tanto il rispetto della individualità, quanto il peso del giudizio della comunità nella definizione stessa della individualità: un peso che può opprimere ed essere esso stesso causa malessere psicologico. Difficile contestare l'importanza di occuparsi della comunità locale e di prendersi cura di chi ci è vicino, ma si tratta in questi casi di una scelta, dell'attenzione che un individuo rivolge al suo ambiente prossimo, non della dionisiaca immersione nella comunità, né dell'abbattimento delle barriere che separano la mia individualità da quella del mio vicino.

Un passo avanti viene compiuto con la seconda proposta politica di Hillman, che curiosamente esprime con un termine teologico, kenosis, che come è noto esprime l'idea dell'indebolimento del Cristo. Hillman lo usa per indicare la protesta politica vuota, senza meta, fine a se stessa. So che qualcosa non va, e protesto; non dico come le cose dovrebbero andare, non dico cosa bisognerà fare, non indico vie. Protesto e basta. Come forma di azione, associa questa kenosis alle figure di Gandhi e Martin Luther King, con un accostamento alquanto discutibile, perché, almeno nel caso del Mahatma, non si tratta affatto di una protesta vuota o debole (il metodo gandhiano si chiama satyagraha, ossia forza della verità), né di una semplice opposizione al negativo, comportando tutta una proposta di organizzazione del mondo economico, politico, educativo e religioso. La proposta tuttavia non è ingenua. C'è qualche sanità nel rifiutarsi di adeguarsi alle richieste del potere politico o della organizzazione economica. Viene da chiedersi se questa seconda via non possa entrare in conflitto con la prima. Nel caso in cui la nostra comunità locale sia impregnata di mentalità mafiosa – non solo il governo locale, voglio dire, ma l'intera comunità -, dovremo adeguarci, farci mafiosi anche noi, o piuttosto separarcene, praticare la kenosis, denunciare ciò che non va?

Questa seconda prospettiva consente di valorizzare il sintomo come fatto di rilevanza politica. Il mio sintomo mi dice che c'è qualcosa che non va in me. Approfondendolo, mi rendo conto che è la reazione a qualcosa che non va nella società. Se è così, il fatto che io abbia dei sintomi è positivo, vuol dire che non sono ancora assuefatto al brutto, all'utile, alla mediocrità dominante. Il sintomo è ciò che mi salva. Curare un sintomo, normalizzarsi, è una follia. Significherebbe rinunciare ad essere autentici per rifugiarsi nella mediocrità, peraltro senza grande successo, perché la normalizzazione, la rimozione del sintomo, porta poi all'esplosione della violenza. Il sintomo non va represso, ma deve ricevere una forma, cosa che solo l'arte può fare. La psicoterapia sarà dunque arte, con il compito di accedere all'immagine, di trovare uno sfogo per la follia che sia diverso dalla follia di un mondo di individui di plastica. Una psicoterapia così intesa non è più normalizzatrice. «Se la terapia immagina che il suo compito sia quello di aiutare la gente a sopportare (e a non protestare), ad adattarsi (e a non ribellarsi), a normalizzare le proprie eccentricità, ad accettarsi e a 'lavorare all'interno della propria situazione, per trasformarla a proprio vantaggio' (invece di rifiutare l'inaccettabile), allora la terapia sta collaborando a realizzare quello che vuole lo Stato; una plebe docile» (p. 192), afferma Hillman. La psicoterapia sarà dunque quella forma di arte che fa entrare la follia nelle nostre vite individuali per cacciarla via dalla storia, che ci spinge alla creatività, alla eccentricità, alla inevitabile marginalità in un mondo mediocre.

Dopo aver acceso le speranze del lettore, mostrandogli la via di una liberazione possibile attraverso l'arte (idea che dal Romanticismo non cessa di sedurci), Hillman e Ventura lo freddano con qualche scambio di battute che mostra quanto esile sia lo spazio reale per un'arte realmente contestatrice dell'esistente. Ad Hillman che lamenta che il mondo è diventato materia morta, e che non siamo più capaci di amare le cose, Ventura confessa il suo grande amore per la sua Chevrolet Malibu del '69; non un amore metaforico, precisa: «io amo veramente la mia macchina. E lei ama me: lo sento.» E Hillman: «Certo! E questo la salva, Michael. Non me ne ero mai accorto, prima, ma l'amore per quella macchina la sostiene sano di mente.» (p. 221) Affermazione che andrebbe bene come slogan per la pubblicità di qualche automobile. Peraltro, lo stesso Hillman spiega poco più avanti che la pubblicità ed il consumismo svolgono la meravigliosa funzione di tenere desto il nostro desiderio per il mondo.

Qui, insomma, finisce la rivoluzione di Hillman e Ventura. «Peccato», pensa il lettore chiudendo il libro. «Sarà per un'altra volta.»


Antonio Vigilante, Muntu. Percorsi nelle scienze sociali

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