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Recensioni James
Hillman-Michael Ventura, Cent'anni di psicanalisi e il mondo va sempre
peggio, Rusconi, Milano 2005, pp. 291. A
cent'anni dalla sua creazione, dunque, la psicanalisi (per la precisione
il titolo originale e quello della prima edizione italiana parlano di
psicoterapia) si mostra fallimentare; eppure non si può dire che Freud
abbia alimentato sogni di liberazione o palingenesi sociale. Prometteva
più modestamente di rendere più tollerabile la vita, curando le nevrosi.
Queste, invece, sono cresciute, il malessere dell'uomo contemporaneo ha
raggiunto proporzioni inquietanti, e la psicoterapia sembra impotente a
fronteggiarlo. Perché? La causa di questo fallimento è individuata da
Hillman principalmente in un errore di prospettiva: la psicanalisi fissa
l'uomo al passato, lo ricaccia indietro, lo chiude nella sua infanzia,
mentre dovrebbe metterlo in contatto con il suo presente, gettarlo nel
mondo, indurlo a problematizzare il sistema in cui vive. Le cause del
malessere sono cause attuali: sono cause economiche, ecologiche,
urbanistiche e così via. È la costruzione di un sistema di vita
impossibile che rende impossibile la vita dei singoli. Diventa chiaro il
significato politico della psicoterapia: la relazione terapeutica,
inducendo a indagare le cause sociali del malessere, diventa una sorta di
«cellula nella quale si prepara la rivoluzione» (p. 51). Idea
apprezzabilissima, benché nulla affatto nuova. Una idea molto lontana,
comunque, da quello che è la psicoterapia, la quale, afferma Hillman
senza mezzi termini, è diventata un'industria, un business come un altro,
in mano a professionisti della normalità, uomini noiosi custodi del ben
pensare, preoccupati di non mettere in discussione il pensiero dominante
della classe media per non perdere clienti. Quando
si vuol fare la rivoluzione, è bene avere le idee chiare. Indicato il
luogo della rivoluzione, che è lo studio dello psicoterapeuta, in che
modo ci si dovrà muovere? Ridefinendo il concetto di Sé, risponde
Hillman; e ridefinendolo in modo tale che il Sé non sia più un Sé, ma
rifletta altro. Il Sé come «interiorizzazione della comunità»
(p. 53; corsivo nel testo). Questo Sé ecologico e comunitario, anzi
animistico, che non esiste se non partecipa, è la leva del cambiamento
che porta dalla comunità globale – che ci fa essere in contatto con
tutto il mondo, ignorandoci l'un l'altro – alla comunità locale,
all'interessamento per chi vive nell'appartamento accanto al nostro.
Ventura obietta, molto sensatamente, il rischio di fascismo: «Ma se la
comunità agisce troppo attraverso di lei allora lei non esiste. E quando
lei non esiste, si apre alla possessione da parte di qualsiasi forza o
idea o demagogo che cerchi di impossessarsi di lei.» (p. 55) Hillman
risponde contrapponendo al tribalismo fascista il tribalismo vero e
proprio, nel quale il Sé è comunitario ma l'individualità è
rispettata. Prova ne sarebbe, per Hillman, che nelle società tribali la
gente ha nomignoli assolutamente individuali. Cosa vera - e non solo per
le società tribali in senso stretto - ma che in realtà esprime non tanto
il rispetto della individualità, quanto il peso del giudizio della
comunità nella definizione stessa della individualità: un peso che può
opprimere ed essere esso stesso causa malessere psicologico. Difficile
contestare l'importanza di occuparsi della comunità locale e di prendersi
cura di chi ci è vicino, ma si tratta in questi casi di una scelta,
dell'attenzione che un individuo rivolge al suo ambiente prossimo,
non della dionisiaca immersione nella comunità, né dell'abbattimento
delle barriere che separano la mia individualità da quella del mio
vicino. Un
passo avanti viene compiuto con la seconda proposta politica di Hillman,
che curiosamente esprime con un termine teologico, kenosis, che come è
noto esprime l'idea dell'indebolimento del Cristo. Hillman lo usa per
indicare la protesta politica vuota, senza meta, fine a se stessa. So che
qualcosa non va, e protesto; non dico come le cose dovrebbero andare, non
dico cosa bisognerà fare, non indico vie. Protesto e basta. Come forma di
azione, associa questa kenosis alle figure di Gandhi e Martin Luther King,
con un accostamento alquanto discutibile, perché, almeno nel caso del
Mahatma, non si tratta affatto di una protesta vuota o debole (il metodo
gandhiano si chiama satyagraha, ossia forza della verità), né di
una semplice opposizione al negativo, comportando tutta una proposta di
organizzazione del mondo economico, politico, educativo e religioso. La
proposta tuttavia non è ingenua. C'è qualche sanità nel rifiutarsi di
adeguarsi alle richieste del potere politico o della organizzazione
economica. Viene da chiedersi se questa seconda via non possa entrare in
conflitto con la prima. Nel caso in cui la nostra comunità locale sia
impregnata di mentalità mafiosa – non solo il governo locale, voglio
dire, ma l'intera comunità -, dovremo adeguarci, farci mafiosi anche noi,
o piuttosto separarcene, praticare la kenosis, denunciare ciò che non va? Questa
seconda prospettiva consente di valorizzare il sintomo come fatto di
rilevanza politica. Il mio sintomo mi dice che c'è qualcosa che non va in
me. Approfondendolo, mi rendo conto che è la reazione a qualcosa che non
va nella società. Se è così, il fatto che io abbia dei sintomi è
positivo, vuol dire che non sono ancora assuefatto al brutto, all'utile,
alla mediocrità dominante. Il sintomo è ciò che mi salva. Curare un
sintomo, normalizzarsi, è una follia. Significherebbe rinunciare ad
essere autentici per rifugiarsi nella mediocrità, peraltro senza grande
successo, perché la normalizzazione, la rimozione del sintomo, porta poi
all'esplosione della violenza. Il sintomo non va represso, ma deve
ricevere una forma, cosa che solo l'arte può fare. La psicoterapia sarà
dunque arte, con il compito di accedere all'immagine, di trovare uno sfogo
per la follia che sia diverso dalla follia di un mondo di individui di
plastica. Una psicoterapia così intesa non è più normalizzatrice. «Se
la terapia immagina che il suo compito sia quello di aiutare la gente a
sopportare (e a non protestare), ad adattarsi (e a non ribellarsi), a
normalizzare le proprie eccentricità, ad accettarsi e a 'lavorare
all'interno della propria situazione, per trasformarla a proprio
vantaggio' (invece di rifiutare l'inaccettabile), allora la terapia sta
collaborando a realizzare quello che vuole lo Stato; una plebe docile»
(p. 192), afferma Hillman. La psicoterapia sarà dunque quella forma di
arte che fa entrare la follia nelle nostre vite individuali per cacciarla
via dalla storia, che ci spinge alla creatività, alla eccentricità, alla
inevitabile marginalità in un mondo mediocre. Dopo
aver acceso le speranze del lettore, mostrandogli la via di una
liberazione possibile attraverso l'arte (idea che dal Romanticismo non
cessa di sedurci), Hillman e Ventura lo freddano con qualche scambio di
battute che mostra quanto esile sia lo spazio reale per un'arte realmente
contestatrice dell'esistente. Ad Hillman che lamenta che il mondo è
diventato materia morta, e che non siamo più capaci di amare le cose,
Ventura confessa il suo grande amore per la sua Chevrolet Malibu del '69;
non un amore metaforico, precisa: «io amo veramente la mia
macchina. E lei ama me: lo sento.» E Hillman: «Certo! E questo la salva,
Michael. Non me ne ero mai accorto, prima, ma l'amore per quella macchina
la sostiene sano di mente.» (p. 221) Affermazione che andrebbe bene come
slogan per la pubblicità di qualche automobile. Peraltro, lo stesso
Hillman spiega poco più avanti che la pubblicità ed il consumismo
svolgono la meravigliosa funzione di tenere desto il nostro desiderio per
il mondo. Qui,
insomma, finisce la rivoluzione di Hillman e Ventura. «Peccato», pensa
il lettore chiudendo il libro. «Sarà per un'altra volta.»
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