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Recensioni

John Holloway,   Cambiare il mondo senza prendere il potere. Il significato della rivoluzione oggi, IntraMoenia, Napoli 2004, pp.310.       

 

Dopo il crollo del comunismo sovietico non sembra più sostenibile l’idea della rivoluzione come attacco al centro del potere, conquista dell’egemonia da parte degli oppressi attraverso la sollevazione diretta. Ma questo significa tout court rinuncia ad ogni idea di rivoluzione?  È possibile pensare una prassi rivoluzionaria che non sia condannata dalla storia? È la domanda – la sfida – cui cerca di rispondere con questo libro John Holloway, filosofo irlandese che insegna all’Università autonoma di Puebla, in Messico. La sua risposta è un tentativo di rileggere la tradizione marxista alla luce dell’azione del movimento zapatista.

L’errore del passato, per Holloway, è stato quello di voler cambiare il mondo prendendo il controllo dello Stato: concependo quindi lo stato come uno strumento che può fare indifferentemente gli interessi della borghesia o del proletariato. In realtà, sostiene Holloway, lo Stato fa parte del sistema economico capitalistico, non è uno strumento nelle mani del capitalismo, ma è intrecciato indissolubilmente con esso. La rivoluzione dovrà quindi prescindere dallo Stato; deve, per questo, essere una rivoluzione che rinuncia al potere.

La fenomenologia del potere di Holloway è tra gli aspetti più interessanti del libro. Distingue un potere inteso come poter-fare, possibilità di azione e di creazione, come un fare che ha un carattere collettivo, sociale, dal potere su che spezza questo fare collettivo e trasforma la moltitudine di quelli che fanno in oggetti del fare, attraverso la minaccia e la forza fisica. Si tratta, in sostanza, della differenza tra dominio e potere di cui ha parlato Danilo Dolci. Il capitale acquista i prodotti del fare, e per questa via giunge ad acquistare il poter-fare delle persone. Il fare collettivo e libero diventa lavoro alienato. È chiaro dunque in cosa consisterà la rivoluzione. Nel liberare il poter-fare dal potere-su, nell’emancipare il potere di tutti dal dominio di pochi, nel costruire e consolidare un anti-potere.

La rottura del fare comune porta alla rottura di ogni relazione umana. Il feticismo della merce rende le stesse relazioni umane cosificate, reificate. Il pensiero borghese, riflettendo questa reificazione, classifica, fissa identità ed essenze. La lotta per il poter-fare è dunque anche una lotta contro l’identità e contro la classificazione, ed al tempo stesso una lotta per la comunità e la socialità, poiché il capitale, spezzando la continuità del fare, separa anche l’individuo dalla collettività. Le lotte per l’identità sono rivoluzionarie nella misura in cui portano con sé anche una carica negativa e critica, anche se esse restano segnate da una particolare fragilità, dalla possibilità che l’esaltazione identitaria prevalga sul potenziale critico.

È necessario, dunque, un ripensamento del soggetto. Al soggetto borghese, libero, innocente, separato, si contrapporrà una soggettività collettiva, ferita dal potere-su, frammentata, che esiste nella forma della negazione e che si afferma nella lotta per la propria dignità. Lotta che non è soltanto la lotta della classe operaia contro quella borghese, ma una “resistenza onnipresente” (p.105) al potere-su, che è diventato anch’esso onnipresente.

Una certa tendenza ad una comprensione chiusa, statica dei fenomeni sociali ha caratterizzato la stessa tradizione marxista. Il concetto stesso di feticismo è stato feticizzato, interpretando la reificazione delle relazioni sociali come un fatto compiuto. A questa interpretazione Holloway contrappone quella del feticismo come feticizzazione, vale a dire come un processo di separazione del fare da ciò-che-viene-fatto che non è mai pacifico, ma si scontra di continuo con un processo contrario di anti-feticizzazione, di resistenza umana, con un movimento negativo ed incerto, che si esprime nella forma di una critica che investe ogni identità, ogni esseità, recuperando il fare come agire collettivo.

La lotta di classe va in tesa in senso ampio, come lotta contro la classificazione operata dal capitalismo. Non v’è lotta quindi – venga da studenti, da ecologisti, da donne – che non sia anche lotta di classe. La lotta è, paradossalmente, contro l’essere classe lavoratrice, per l’emancipazione dalla classificazione operata dal capitale, è chiaro dunque che è possibile compiere tale emancipazione solo se al tempo stesso si è e  non si è classe lavoratrice. C’è una scissione ineliminabile nel soggetto rivoluzionario, che è al tempo stesso elemento del sistema e soggetto critico, che al tempo stesso acconsente e grida contro il sistema. È in quest’ultimo, nel grido, che consiste quella che Holloway, riprendendo il termine dallo zapatismo, chiama dignità.

In quale modo concreto si realizza l’anti-potere? Esso è ubiquo può attuarsi ovunque, in tutte le scelte con le quali quotidianamente cerchiamo di resistere all’alienazione. A resistere non è, sostiene l’autore in polemica con Toni Negri, la figura del militante, sostituito dalla grande moltitudine degli oppressi.

Condizione del capitalismo è la libertà del lavoratore, che non è giuridicamente uno schiavo, può scegliere di lavorare o non lavorare. Ciò è elemento di forza dei lavoratori, perché, nella relazione fra capitale e lavoro, il lavoro può fuggire, il capitale no. Il capitale dipende dal lavoro più di quando il lavoro non dipenda dal capitale, sostiene Holloway: un capitalista può cercare altrove lavoratori più subordinati, ma non può affrancarsi, in generale, dal bisogno di avere lavoratori, mentre questi ultimi, senza il capitale (licenziati, cioè), possono sperimentare “creatività pratica, pratica creativa, umanità” (p.245). La libertà del lavoratore crea un mondo caotico, disarticolato, nel quale non v’è più corrispondenza tra capitale e lavoro, e la classe dominante cerca di contenere il caos, senza poter realizzare alcun ordine stabile. È qui che si inserisce la rivoluzione: essa dovrà intensificare la crisi consistente nella disarticolazione delle relazioni sociali introdotta dal capitalismo. Non si tratta di prendere il possesso dei mezzi di produzione, perché questo significa ancora ragionare in termini feticizzati. Bisogna invece eliminare la realtà stessa della proprietà, assecondare la tendenza a liberarsi dal capitale, recuperare il fare sociale, collettivo, creativo. “L’obiettivo della rivoluzione – scrive l’autore – è la trasformazione della vita comune, quotidiana, ed è certamente da questa vita comune ed ordinaria che deve sorgere la rivoluzione” (p.284).

È a questo punto che l’autore pone il problema della violenza.  Essa, scrive, “accetta fin dall’inizio che sia necessario adottare i metodi del nemico per vincerlo; ma anche nel caso di una vittoria militare, quelle che avranno trionfato saranno le relazioni sociali capitalistiche” (p.287). Una osservazione che collima perfettamente con la posizione nonviolenta, che scorge dietro la rivolta armata il rischio concretissimo di nuovi rapporti di dominio.

Ma  Holloway indica la dimensione e la direzione della lotta – la quotidianità, la socialità, il fare collettivo – più degli strumenti concreti, delle azioni possibili, delle iniziative, delle strutture nuove, non chiuse e identificanti come quelle del potere-su. Il libro di Holloway, insomma, appare come una premessa - rigorosa ed intellettualmente stimolante – ad un discorso necessario ed urgente sulle forme, le sperimentazioni, le strutture del potere nuovo e liberante.

Antonio Vigilante, Muntu. Percorsi nelle scienze sociali

 

 

 

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