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Recensioni John
Holloway, Dopo
il crollo del comunismo sovietico non sembra più sostenibile l’idea della
rivoluzione come attacco al centro del potere, conquista dell’egemonia da
parte degli oppressi attraverso la sollevazione diretta. Ma questo significa
tout court rinuncia ad ogni idea
di rivoluzione? È
possibile pensare una prassi rivoluzionaria che non sia condannata dalla
storia? È la domanda – la sfida – cui cerca di rispondere con questo
libro John Holloway, filosofo irlandese che insegna all’Università
autonoma di Puebla, in Messico. La sua risposta è un tentativo di rileggere
la tradizione marxista alla luce dell’azione del movimento zapatista. L’errore
del passato, per Holloway, è stato quello di voler cambiare il mondo
prendendo il controllo dello Stato: concependo quindi lo stato come uno
strumento che può fare indifferentemente gli interessi della borghesia o
del proletariato. In realtà, sostiene Holloway, lo Stato fa parte del
sistema economico capitalistico, non è uno strumento nelle mani del
capitalismo, ma è intrecciato indissolubilmente con esso. La rivoluzione
dovrà quindi prescindere dallo Stato; deve, per questo, essere una
rivoluzione che rinuncia al potere. La
fenomenologia del potere di Holloway è tra gli aspetti più interessanti
del libro. Distingue un potere inteso come poter-fare,
possibilità di azione e di creazione, come un fare
che ha un carattere collettivo, sociale, dal potere
su che spezza questo fare collettivo e trasforma la moltitudine di
quelli che fanno in oggetti del fare, attraverso la minaccia e la forza
fisica. Si tratta, in sostanza, della differenza tra dominio e potere di cui
ha parlato Danilo Dolci. Il capitale acquista i prodotti del fare, e per
questa via giunge ad acquistare il poter-fare delle persone. Il fare
collettivo e libero diventa lavoro alienato. È
chiaro dunque in cosa consisterà la rivoluzione. Nel liberare il poter-fare
dal potere-su, nell’emancipare il potere di tutti dal dominio di pochi,
nel costruire e consolidare un anti-potere. La
rottura del fare comune porta alla rottura di ogni relazione umana. Il
feticismo della merce rende le stesse relazioni umane cosificate, reificate.
Il pensiero borghese, riflettendo questa reificazione, classifica,
fissa identità ed essenze. La lotta per il poter-fare è dunque anche una
lotta contro l’identità e contro la classificazione, ed al tempo stesso
una lotta per la comunità e la socialità, poiché il capitale, spezzando
la continuità del fare, separa anche l’individuo dalla collettività. Le
lotte per l’identità sono rivoluzionarie nella misura in cui portano con
sé anche una carica negativa e critica, anche se esse restano segnate da
una particolare fragilità, dalla possibilità che l’esaltazione
identitaria prevalga sul potenziale critico. È
necessario, dunque, un ripensamento del soggetto. Al soggetto borghese,
libero, innocente, separato, si contrapporrà una soggettività collettiva,
ferita dal potere-su, frammentata, che esiste nella forma della negazione e
che si afferma nella lotta per la propria dignità. Lotta che non è
soltanto la lotta della classe operaia contro quella borghese, ma una
“resistenza onnipresente” (p.105) al potere-su, che è diventato
anch’esso onnipresente. Una
certa tendenza ad una comprensione chiusa, statica dei fenomeni sociali ha
caratterizzato la stessa tradizione marxista. Il concetto stesso di
feticismo è stato feticizzato, interpretando la reificazione delle
relazioni sociali come un fatto compiuto. A questa interpretazione Holloway
contrappone quella del feticismo come feticizzazione,
vale a dire come un processo di separazione del fare da ciò-che-viene-fatto
che non è mai pacifico, ma si scontra di continuo con un processo contrario
di anti-feticizzazione, di resistenza umana, con un movimento negativo ed
incerto, che si esprime nella forma di una critica che investe ogni identità,
ogni esseità, recuperando il
fare come agire collettivo. La
lotta di classe va in tesa in senso ampio, come lotta contro la
classificazione operata dal capitalismo. Non v’è lotta quindi – venga
da studenti, da ecologisti, da donne – che non sia anche lotta di classe.
La lotta è, paradossalmente, contro l’essere classe lavoratrice, per
l’emancipazione dalla classificazione operata dal capitale, è chiaro
dunque che è possibile compiere tale emancipazione solo se al tempo stesso
si è e non
si è classe lavoratrice. C’è una scissione ineliminabile nel soggetto
rivoluzionario, che è al tempo stesso elemento del sistema e soggetto
critico, che al tempo stesso acconsente e grida contro il sistema. È
in quest’ultimo, nel grido, che consiste quella che Holloway, riprendendo
il termine dallo zapatismo, chiama dignità. In
quale modo concreto si realizza l’anti-potere? Esso è ubiquo può
attuarsi ovunque, in tutte le scelte con le quali quotidianamente cerchiamo
di resistere all’alienazione. A resistere non è, sostiene l’autore in
polemica con Toni Negri, la figura del militante, sostituito dalla grande
moltitudine degli oppressi. Condizione
del capitalismo è la libertà del lavoratore, che non è giuridicamente uno
schiavo, può scegliere di lavorare o non lavorare. Ciò è elemento di
forza dei lavoratori, perché, nella relazione fra capitale e lavoro, il
lavoro può fuggire, il capitale no. Il capitale dipende dal lavoro più di
quando il lavoro non dipenda dal capitale, sostiene Holloway: un capitalista
può cercare altrove lavoratori più subordinati, ma non può affrancarsi,
in generale, dal bisogno di avere lavoratori, mentre questi ultimi, senza il
capitale (licenziati, cioè), possono sperimentare “creatività pratica,
pratica creativa, umanità” (p.245). La libertà del lavoratore crea un
mondo caotico, disarticolato, nel quale non v’è più corrispondenza tra
capitale e lavoro, e la classe dominante cerca di contenere il caos, senza
poter realizzare alcun ordine stabile. È
qui che si inserisce la rivoluzione: essa dovrà intensificare la crisi
consistente nella disarticolazione delle relazioni sociali introdotta dal
capitalismo. Non si tratta di prendere il possesso dei mezzi di produzione,
perché questo significa ancora ragionare in termini feticizzati. Bisogna
invece eliminare la realtà stessa della proprietà, assecondare la tendenza
a liberarsi dal capitale, recuperare il fare sociale, collettivo, creativo.
“L’obiettivo della rivoluzione – scrive l’autore – è la
trasformazione della vita comune, quotidiana, ed è certamente da questa
vita comune ed ordinaria che deve sorgere la rivoluzione” (p.284). È
a questo punto che l’autore pone il problema della violenza.
Essa, scrive, “accetta fin dall’inizio che sia necessario
adottare i metodi del nemico per vincerlo; ma anche nel caso di una vittoria
militare, quelle che avranno trionfato saranno le relazioni sociali
capitalistiche” (p.287). Una osservazione che collima perfettamente con la
posizione nonviolenta, che scorge dietro la rivolta armata il rischio
concretissimo di nuovi rapporti di dominio. Ma
Holloway indica la dimensione e la direzione della lotta – la
quotidianità, la socialità, il fare collettivo – più degli strumenti
concreti, delle azioni possibili, delle iniziative, delle strutture nuove,
non chiuse e identificanti come quelle del potere-su. Il libro di Holloway,
insomma, appare come una premessa - rigorosa ed intellettualmente stimolante
– ad un discorso necessario ed urgente sulle forme, le sperimentazioni, le
strutture del potere nuovo e liberante.
Antonio
Vigilante, Muntu. Percorsi nelle scienze sociali | ||
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