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Recensioni Alain
Joxe, L’impero del caos. Guerra e
pace nel nuovo disordine mondiale, Sansoni, Milano 2003.
Dopo
la fine della Guerra Fredda l’umanità ha vissuto per una breve stagione
il sogno di un mondo che realizza la pace mondiale sotto la guida dell’Onu.
La realtà ha smentito nettamente questo sogno: vi è una potenza, gli
Stati Uniti, che costringe l’Onu a piegarsi al proprio volere, e guida
la politica mondiale non cercando di realizzare un ordine qualsiasi, ma
creando intenzionalmente un caos mondiale, strutturato in zone di
interesse secondo un modello frattale. Questa politica è al servizio
dell’espansione delle imprese multinazionali, che annulla ormai i poteri
e le prerogative degli stati nazionali. Questo sistema dimentica del tutto
l’ideale della fratellanza, che il comunismo ha cercato a suo modo di
realizzare. Benché i suoi fautori cerchino di convincere del contrario
(anche attraverso iniziative falsamente umanitarie), la globalizzazione
produce ricchezza per pochi e miseria per la stragrande maggioranza
dell’umanità. Quale realtà politica potrà incarnare il valore della
fratellanza? Tale compito per Joxe spetta all’Europa, ed in particolare
alla Francia, che ha la missione di insegnare al mondo l’idea di
repubblica sociale ed i valori rappresentati dalla Rivoluzione.
L’annullamento del debito dei paese poveri può essere una prima
applicazione del principio di fratellanza. Il
mondo attuale caratterizzato dal disordine politico rappresenta quella
condizione di lotta di tutti contro tutti da cui parte la filosofia
politica di Hobbes. Soffermandosi sul filosofo inglese, Joxe ne evidenzia
soprattutto il legame indissolubile, nel potere, tra obbedienza e
protezione. Chi ha il potere merita obbedienza solo nella misura in cui
riesce a proteggere chi gli si sottopone. Questo vuol dire che quando il
sovrano diviene incapace di proteggere, i sottoposti recuperano il diritto
all’autoprotezione e si ricade nello stato di natura iniziale. Questo è
ciò che si verifica oggi. La globalizzazione rende vano il tentativo di
protezione da parte degli Stati, senza sostituirla con una protezione
sopranazionale (l’Onu paralizzato, gli Stati Uniti che perseguono
esclusivamente i propri interessi, pianificando il caos). La ricostruzione
del politico potrà avvenire attraverso l’Europa, che è una realtà
sovranazionale ma non imperiale, che assicuri la pace interna
e la difesa. Nel
caos attuale, nel quale si proclamano i Diritti Umani e al tempo stesso si
moltiplicano i massacri, si delinea la fine del capitalismo liberale. Il
capitalismo è nato con la fine della schiavitù, che ha favorito il
lavoro libero, gli scambi e l’accumulazione del capitale. Ma la
situazione attuale è quella di un neo-schiavismo, poiché non è
possibile considerare diversamente la condizione dei lavoratori nelle
manifatture dei paesi del Terzo mondo. Nell’economia globalizzata
risulta difficile stabilire il confine tra impresa e criminalità. Eppure
questo confine va stabilito, altrimenti “la pace e la nozione stessa di
pace andranno perdute per molte generazioni” (p.120). Bisogna
intervenire sulla circolazione dei capitali, frenandola attraverso la
tassazione (come con la Tobin tax) e limitando la speculazione. Questo
intervento sui capitali spetta all’Europa, che con la possibile alleanza
del Giappone potrà essere il luogo della resistenza alla mondializzazione
selvaggia; se necessario, questi provvedimenti andranno difesi anche
militarmente. Un
primo approccio strategico statunitense al problema dell'assetto mondiale
dopo la Guerra fredda è stato quello di Samuel Huntington, che nel
’93 ha proposto in un fortunato articolo di dividere il mondo il sei o
sette grandi civiltà, tra le quali tre sono le più importanti:
occidentale, taoista-confuciana e islamica. I conflitti sono tra civiltà.
Occorre impedire che le altre due civiltà si uniscano contro quella
occidentale. Nello stesso periodo ottiene successo anche il paradigma
delle ondate di civilizzazione, proposto dai coniugi Alvin ed Heidi Töffler.
Secondo questo paradigma, vi sono state nella storia tre ondate di
civilizzazione: quella neolitica, quella industriale e quella elettronica.
Lo scontro non è tra gruppo religiosi, ma tra ondate di civilizzazione.
Il ’93 è anche l’anno in cui Anthony Lake, consigliere alla Sicurezza
nazionale di Bill Clinton, presenta il suo paradigma dell’ enlargement,
secondo il quale la strategia statunitense dopo il contenimento
dell’epoca della Guerra fredda dovrà essere quella dell’allargamento
del mondo libero, e con esso dell’economia di mercato. Questo paradigma
prevede anche l’intervento unilaterale in aree “barbariche”. Nel
1994 si concretizza negli Stati Uniti la Rivoluzione nelle questioni
militari (Rma). Secondo
questa scuola, il mondo dopo la Guerra Fredda è diventato imprevedibile.
Quattro principi orientano la guerra in questo nuovo quadro dominato
dall’incertezza: il dominio dell’informazione, la sinergia tra armi
diverse, il disimpegno (combattimento senza contatto) e la civilizzazione
(richiamo a risorse della società civile). A partire dal ’95,
con l’avvento della globalità, si delinea per gli Stati Uniti la
necessità di nuove alleanze. L’ allargamento della Nato alla Russia
consente di affrontare efficacemente ogni focolaio di insicurezza,
trasformando la Nato in un’alleanza offensiva. Partners privilegiati
diventano anche il Giappone e la Corea del Sud, mentre la Cina diventa peer
competitor, l’avversario che potrebbe contendere agli Stati Uniti la
leadership mondiale. In
un discorso del 6 marzo 1996 Anthony Lake, teorico influente dell’era
clintoniana, indica tra i pericoli l’estremismo israeliano ed il
fanatismo religioso, gli “stati canaglia”, la diffusione di armi di
distruzione di massa, le mafie, il traffico di droga e la depredazione
dell’ambiente. Dopo
il ’96 continuano a crearsi alleanze tradizionali, che però assumono un
significato offensivo nell’ottica dell’ enlargement.
Con l’avvento di Bush, e l’individuazione del nemico nel terrorismo,
gli Stati Uniti perdono ogni interesse per alleanze tradizionali, e si
assumono il compito di gestire da soli il disordine mondiale. L’Atto
fondatore Nato-Russia parla al capitolo secondo di una «regione
euro-atlantica» nella quale intervenire per la gestione dei conflitti e
delle crisi. La Nato potrebbe essere chiamata dalla Russia a combattere
nell’Asia centrale, per difendere i propri interessi. L’intervento
armato contro i talebani in Afghanistan è legato all’intenzione di
controllare la regione gas-petrolifera dell’Asia centrale, ma risponde
anche alla volontà di contrastare le mire di India e Cina su quella
regione. Dopo la vittoria contro i talebani, gli Stati Uniti sono sembrati
alla ricerca di una guerra con la quale consolidare il loro potere
mondiale, individuando le possibili aree di intervento nei punti di
contatto tra civiltà, secondo il paradigma di Huntington. Nel discorso
sullo Stato dell’unione del gennaio 2002, Gorge W. Bush indica tre
obiettivi della lotta americana contro il male: Corea del Nord, Iraq ed
Iran. Il discorso suona come una vera e propria dichiarazione di decesso
dell’Onu, ed indica chiaramente l’avvento di un impero che rifiuta di
piegarsi a qualsiasi altra autorità.
Antonio
Vigilante, Muntu. Percorsi nelle scienze sociali | ||
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