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Recensioni

Mark Juergensmeyer, Come Gandhi. Un metodo per risolvere i conflitti, Laterza, Roma-Bari 2004, pp.204.     

 

Studioso del terrorismo religioso, Juergensmeyer analizza il metodo gandhiano di lotta politica, da una parte mostrandone caratteristiche, possibilità e limiti grazie al ricorso ad un conflitto esemplare (quello tra due vicini che si contendono un pezzo di giardino), dall’altro presentando dei casi di studio, alcuni ipotetici, altri verificatisi realmente (la battaglia contro l’installazione di un missile nucleare e la tragica resistenza nel ghetto di Varsavia). In conclusione presenta poi una serie di dialoghi immaginari di Gandhi con Marx, Freud, Niebuhr ed un curioso dialogo di “Mohandas contro Mahatma”, che mette in evidenza le oscillazioni e le vere e proprie contraddizioni di Gandhi stesso.

L’autore non è uno studioso di Gandhi, e lo si avverte da alcune affermazioni. Questa, ad esempio: “Aveva studiato da avvocato a Londra e aveva grande considerazione per le regole di proprietà e moralità che le strutture legali rappresentano”.  E’ il caso di ricordare quello che Gandhi scriveva in Hind Swaraj: “È sbagliato pensare che i tribunali siano costituiti per il bene del popolo. Coloro che vogliono perpetuare il loro potere, lo fanno attraverso i tribunali”. Il libro, del resto, non ha l’intento di fornire un profilo generale di Gandhi, ma di approfondire il satyagraha come strumento per la soluzione dei conflitti. Juergensmeyer mostra efficacemente come nella prospettiva nonviolenta non si tratti di far prevalere una parte sull’altra, ma di ridefinire la situazione, in modo tale da giungere ad una posizione che soddisfi le esigenze di entrambe le parti: quello che Galtung chiama trascendimento. Il quale non sempre, evidentemente, è possibile; né si può dire che la volontà di accogliere realmente le esigenze della controparte ispiri sempre l’operato di Gandhi. Juergensmeyer è molto preoccupato dell’aspetto coercitivo che può essere presente anche nella lotta nonviolenta. Sostanzialmente accetta l’obiezione di Niebuhr, per il quale la lotta nonviolenta è costrittiva, e perciò violenta anch’essa. Una obiezione che dilata il concetto di violenza fino a farlo coincidere con quello di coscrizione, e che finisce per accomunare il massacro di civili con un digiuno di protesta. Vero è, però, che nel satyagraha di Gandhi sono presenti due momenti – la forza e l’amore spesso in contrasto tra di loro, e che in qualche caso la lotta nonviolenta può essere non una ricerca della verità insieme all’avversario, ma un metodo per imporgli la propria verità. Come rimedio, l’autore propone l’idea del doppio patrocinio, l’essere cioè al contempo avvocati difensori di se stessi e dell’avversario, in modo tale da avere onestamente presenti le ragioni di entrambe le parti. Una idea che è già presente nella satyagraha gandhiano, benché la sua applicazione sia tutt’altro che semplice, essendo fortissima la tendenza ad una interpretazione del conflitto fondata sui propri interessi. Se poi occorrerà far ricorso alla coercizione, bisognerà fare in modo che tale coercizione sia detentiva, e non distruttiva. C’è coercizione detentiva quando si interviene sull’avversario impedendogli, attraverso la coercizione, di compiere violenza. Una coercizione ammissibile come mezzo abilitante, perché riduce il livello di violenza di un conflitto e rende possibile affrontarlo in modo realmente nonviolento.

Una questione ulteriore è quella della lotta contro le grandi organizzazioni. Quando la lotta è contro poteri personali, è possibile far leva sull’umanità dell’altro e lavorare per la sua conversione, ma che fare quando ci si trova di fronte ad un potere impersonale? La risposta è duplice. Da una parte, Gandhi cercò di individuare le persone che facevano parte di queste organizzazioni impersonali, le incontrò e discusse con loro. Dall’altra, creò contro queste strutture delle controstrutture, delle strutture economiche e politiche alternative a quelle dei dominanti.  “E’ un punto di vista denso di implicazioni per quel che riguarda il modo in cui i gandhiani dovrebbero condurre una lotta contro qualsiasi organizzazione: dovrebbero considerarla una lotta tra struttura e controstruttura, tra visioni concorrenti di come dovrebbe essere e quale cammino dovrebbe seguire un’organizzazione” (p.176). Questo concetto di controstruttura è il più prezioso contributo di questo libro, e c’è da auspicare la sua adozione nel linguaggio politico nonviolento.

 

Antonio Vigilante, Muntu. Percorsi nelle scienze sociali

 

 

 

© 2005 Antonio Vigilante
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