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Recensioni
Paola
Mastrocola, La scuola raccontata al mio cane, Guanda, Modena 2004,
pp. 194.
Paola Mastrocola ha raccolto diligentemente le
chiacchiere da sala docenti e le ha esposte con stile brillante
(trapuntato di punti sospensivi, come si conviene ad una scrittrice): così
ha costruito per tre quarti questo libro, che è ormai la
Bibbia del docente italiano, il Manifesto degli scontenti, il Rapporto
impietoso sullo sfascio della scuola riformata. Sfascio che sarebbe
cominciato con l'introduzione del recupero. Prima, con l'esame di
riparazione a settembre, c'era la scuola; dopo, una bolgia. Prima l'alunno
studiava, si preoccupava, si responsabilizzava: riparava. Oggi l'alunno
viene recuperato, quasi contro la sua volontà. E si porta dietro lacune
che non colmerà mai. Nelle parole dell'autrice, è una catastrofe morale e
civile, per così dire: "Al grido di 'io ti recupero' abbiamo incrinato,
nei nostri giovani, il senso della responsabilità individuale, il dovere
di rispondere delle proprie azioni, la certezza di pagare, in qualche
modo, un prezzo" (p. 20). Addirittura. Nell'ormai lontano '86 fui
rimandato a settembre, tra l'altro, in francese. Non aprii il libro per
tutta l'estate. Appena una ripassatina agli inizi di settembre. In tutta
onestà, devo dire che quando mi presentai all'esame di riparazione non ne
sapevo più che a giugno. La professoressa mi chiese di tradurre "nessuno
verrà con me". Ci pensai un po', poi risposi: "Professoressa, non lo so.
Vorrà dire che me ne andrò da solo". Fui promosso. La faccenda degli
esami di riparazione funzionava così. Nessuna responsabilità, nessun
dovere delle proprie azioni. Te la cavavi con poco. Chi voleva strafare
poteva andare a ripetizione. Le ripetizioni erano una manna per i docenti,
che potevano arrotondare in nero lo stipendio. Di sfuggita, è forse per
questo che nelle sale docenti si tuona così spesso contro il recupero.
Perché ora i corsi devono tenerli a scuola, tanto per i ricchi quanto per
i poveri, guadagnando tre soldi. Sia chiaro: sono corsi inutili. Non
impari in dieci lezioni quello che non hai imparato in un anno. Ma nemmeno
prima imparavi granché. Una pacca sulla spalla, a settembre, e amici come
prima. Amici come sempre. A Paola Mastrocola non piace nemmeno
l'accoglienza. Rimpiange i tempi in cui accoglieva gli alunni di prima
leggendo Virgilio in latino. Naturalmente gli alunni di prima non
conoscono il latino, per cui leggere loro Virgilio è come recitare formule
magiche. Abracadabra ambaradanbimbum. A Paola Mastrocola piaceva
così. Nel 1984 mi iscrissi alla scuola superiore. Per la prima
settimana ebbi un problema inconfessabile. Non ero un ragazzino stupido:
semplicemente timido. E così per una settimana provai le virtù della mia
vescica, ché non sapevo dove fosse il bagno e mi vergognavo a chiedere.
Qualche volta uscii, contando di accodarmi a qualcuno che vi stesse
andando, ma una jella nera volle che, quando uscivo io, i corridoi fossero
misteriosamente deserti. Queste non sono cose da ridere, uno ci può
restare secco. Trovo razionale ed umano, quindi, che oggi si prenda per
mano l'alunno e gli si mostri dov'è la presidenza, dov'è la segreteria,
dov'è la palestra. E, soprattutto, dov'è il bagno. Per le formule magiche
c'è tempo. L'autrice tuona, ancora, contro i libri di testo. "I libri
di testo sono ridotti a eserciziari spesso insulsi, corredati da un minimo
di esposizione teorica, il più possibile inframmezzata da figure,
immaginette e fumetti. Il solo aprire un libro di testo ci porta agli anni
dell'asilo, e credo che porti gli allievi più bravi a un grado di
depressione notevole" (p. 176). Vediamoli, questi libri da asilo. Ho qui
sulla mia scrivania alcuni libri di testo di filosofia e di scienze
sociali. Ecco qui un volume di filosofia per la classe terza. Si intitola
"La Comunicazione filosofica". Comunicazione è una parola che non piace
alla Mastrocola, come presto vedremo. Questo libro è di 736 pagine. Le
immagini sono pochissime e molto piccole. In allegato c'è un piccolo
manuale di logica. Non male, per un libro da asilo. Il manuale di scienze
sociali per il triennio comprende, invece, ben dieci volumi. Ne prendo uno
a caso. E' sulla comunicazione (ancora questa benedetta comunicazione).
Sono 383 pagine. Anche qui pochissime immagini. Anche questo non è male,
per un testo adatto all'asilo. Quasi inutilizzabili, perché c'è troppa
roba, troppe teorie, troppi approfondimenti. Ma certo non da
asilo. Potrei continuare, ma ormai avete capito il gioco dell'autrice:
si prendono uno ad uno gli aspetti della scuola di oggi e se ne fa la
caricatura, evocando per contrasto la scuola d'un tempo, dove tutto o
quasi tutto filava. E' un gioco facile: basta poco per fare la caricatura
di qualcosa. Funziona con tutto. Non c'è nulla che non sia
caricaturizzabile. Lo ammetto: non tutto è caricatuta. Su alcune cose non
è possibile darle torto - è il caso dei progetti, dai quali pure può
venire qualcosa di buono, mentre il più delle volte valgono ad intascare
qualche soldino (magari come risarcimento per le perdure ripetizioni
estive) con iniziative esilaranti. Ma le si dà ragione, quando occorre, a
malincuore. Perché, ed è questo il punto, la critica di questo libro viene
da una concezione della scuola che non mi piace. C'è una frase del
Ministero che più di tutte manifesta, per l'autrice, la crisi profonda
della scuola. Eccola: la scuola è il luogo dove si impara a comunicare.
Questa, sostiene, "è un'affermazione pesante, una decisione epocale" (p.
106): quella che dovrebbe indurre addirittura a bandire la letteratura
dalla scuola. E questo perché la letteratura, sostiene, non è
comunicazione, è anzi l'esatto contrario della comunicazione. Lo dice
Valéry, assicura. E se non comunica la letteratura, non comunica nemmeno
la professoressa di lettere. Perché un professore, una professoressa non
devono mica comunicare; a loro basta trasmettere. C'è un patrimonio già
fatto, loro compito è semplicemente quello di passarlo alle nuove
generazioni. E' in questo che consiste la Tradizione, dice. Sì, scrive
questa parola proprio con la maiuscola. Paola Mastrocola gioca molto
con le parole, le annusa, le guarda di profilo: le promuove o le boccia.
Singolare che non veda quanto è brutta la parola trasmettere, e quanto è
bella, invece, la parola comunicare. Lo aveva visto Danilo Dolci, che
proprio alla differenza tra trasmettere e comunicare ha dedicato analisi
profonde. L'atto del trasmettere è una trasmissione. Trasmissioni sono
quelle televisive: qui c'è il presentatore, lì lo spettatore, di mezzo lo
spettacolo. Così la scuola, come la vorrebbe la nostra professoressa di
lettere. Qui la professoressa, lì lo studente, e di mezzo lo spettacolo di
Dante. Il quale stupirà, diletterà, suggestionerà, ma non farà riflettere.
Perché se un alunno facesse osservazioni, magari qualche critica, la magia
svanirebbe. Si passerebbe dal mondo colorato del trasmettere a quello
problematico del comunicare. Dio ce ne scampi. Non mi capita spesso di
chiedermi se un libro sia di destra o di sinistra. Ma a volte succede.
Basta una pagina, a volte una frase appena: e la voglia di continuare a
leggere mi passa. E' più o meno quello che mi è successo con questo libro.
Certo, l'autrice ha le migliori intenzioni. Dice chiaro chiaro che la
scuola non deve assecondare il mercato del lavoro, non dev'essere
"connivente". E va bene, nulla più di sinistra di questa affermazione. Ma
se non connive con la società, con il mercato del lavoro, che fa? Che
logica segue, che strumenti usa? Che cultura ha? Queste domande restano
senza risposta. O meglio, una risposta c'è. La risposta è che bisogna fare
una scuola difficile, per fare una scuola di sinistra. Il ragionamento
fila. Sentite un po': una scuola che sforna ignoranti avvantaggia i figli
di papà, che nella vita se la cavano sempre; mentre i figli dei poveri
restano privi degli strumenti per farsi strada nella vita. Bene, abbiamo
seppellito don Milani e tutta la scuola di Barbiana. Mi chiedo se Paola
Mastrocola abbia mai visto un ragazzino povero. Non un ragazzino povero di
Torino. Un ragazzino povero di Foggia, di Napoli, di Palermo. Uno che vive
in una grotta, ad esempio: cinque figli, padre disoccupato. La facesse con
lui, la scuola difficile. Lo leggesse a lui, il suo Virgilio. E gli
spiegasse, dopo averlo sbattuto per strada, che ha fatto una cosa di
sinistra.
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