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Recensioni

Raimon Panikkar, Pace e disarmo culturale, Rizzoli, Milano 2003 .

 

La guerra è un fenomeno culturale, ed a livello culturale va contrastata. E’ inutile la ricerca della pace senza un disarmo culturale, il superamento cioè della cultura bellica in cui viviamo, che non è mai realmente andata oltre il modello della pax romana. Panikkar distingue tre ipotesi sulle origini della violenza, cui corrispondono tre concezioni della pace. La prima è quella monistica, per la quale l’uomo è originariamente buono, anche se è decaduto; potrà tuttavia sollevarsi da questa caduta. In modo piuttosto singolare, l’autore fa rientrare in questa prima posizione tanto i monoteismi, quanto il buddhismo ed il marxismo. La seconda ipotesi è quella dualista, per la il bene e del male sono entrambi principi metafisici. Infine l’ipotesi a-dualista o advaita, per la quale la realtà è ambivalente, ed ogni cosa è al tempo stesso bene e male; o meglio: il male è il bene che perde trasparenza, e può essere convertito in bene attraverso la saggezza.

Una cultura tecnocratica tende a considerare anche la pace come un’opera umana. Essa invece è un dono: non si costruisce, ma si riceve assumendo un atteggiamento “femminile” di ricettività e di disponibilità ad accogliere il dono.

La filosofia della pace è il tentativo di comprendere il mistero della realtà, superando la violenza epistemica della tradizione occidentale. Il suo presupposto è che la struttura della realtà sia armonica. Ciò che è è come deve essere; non disponiamo, del resto, di alcun criterio di valutazione estraneo alla realtà stessa. La pace è l’ordine della realtà. La filosofia che coglie quest’ordine non è solo esercizio intellettuale, ma richiede in primo luogo il raggiungimento dell’armonia interiore e l’attitudine alla contemplazione.

La guerra, come fenomeno limite (al pari della morte), è un fenomeno religioso. La secolarizzazione consente di valorizzare la dimensione religiosa della pace senza cadere nella teocrazia. Disarmo culturale significa, riguardo alla religione, purificarla dal suo ruolo istituzionale. Ma a dover essere ridimensionata è soprattutto la tradizione tecnico-scientifica europea, con la sua prospettiva evoluzionistica ed ottimistica. I valori occidentali non vanno negati, ma nemmeno possono più essere usati come armi d’assalto nei confronti della parte restante del mondo. La stessa verità non va intesa come uno strumento per vincere, né per convincere: altrimenti diventa ideologia. Il riferimento di Panikkar è ai missionari cristiani, ma l’osservazione sembra colpire anche il concetto gandhiano di satyagraha, fondata sulla idea dell’efficacia della verità nella lotta politica.

La modernità ha tre fattori distintivi: tecnocrazia (che è una forma di dominio, ben diversa dalla techne antica), secolarità e primato della storia (l’uomo moderno non vive più nel cosmo, ma nel mondo storico). La liberazione umana si è andata scindendo in salvezza religiosa, salute medica e libertà politica. Bisogna riunificate queste tre dimensioni.

La pace è il risultato della interazione di tre elementi: armonia, libertà e giustizia. Armonia vuol dire conciliazione degli opposti (e quindi rinuncia al dualismo). Ciò non vuol dire che la realtà che accoglie e armonizza i contrari sia idilliaca. In essa c’è posto anche per il male. La pace deve fondarsi su questa armonia cosmica, e rispettarla. “Se è vero, per esempio, che l’universo materiale sussiste grazie al fatto che il pesce grande si nutre del piccolo, l’armonia della pace non potrà consistere nel far sì che gli uomini rinuncino alla caccia, ma esigerà che questa venga praticata secondo i ritmi naturali delle cose…” (p.105). E’ una posizione diametralmente opposta a quella di Aldo Capitini, per il quale la filosofia della pace cerca un mondo nel quale il pesce grande non mangi più quello piccolo. Il secondo elemento, la libertà, è il rispetto dell’ ontonomia di ogni persona, ed a sua volta è fondata su una Realtà che è libera, e dalla quale non ci si può isolare senza diventare nemici della libertà. La giustizia, terzo elemento, non va confusa con la legalità, e permette di uscire da una concezione intimistica della pace, esigendo il riconoscimento di ciò che spetta a ciascuno.

Perché vi sia pace occorre che i tre elementi – armonia, libertà e giustizia – siano in equilibrio, e che nessuno predomini sugli altri. Il centro comune cui fanno riferimento i tre elementi è l’amore, inteso non come sentimento, ma come eros cosmico.

I principali ostacoli alla pace sono tre. Il primo è l’ideale militare. Anticamente il militare faceva parte anch’egli dell’ordine cosmico, aveva la funzione di difendere l’ordine sociale, e rispondeva ad un codice severissimo. Ora questo ideale cavalleresco è degenerato a causa del potere e della deriva tecnocratica, che ha portato dalle armi bianche a quelle atomiche, con le quali la guerra diventa pura distruttività. Il secondo è appunto la tecnocrazia, che rompe l’equilibrio cosmico e crea un quarto mondo oltre quelli dell’Uomo, della Natura e degli Dei. Il terzo ostacolo è la cosmologia evoluzionista. La legge dell’evoluzione dice che il passaggio a forme evolutive più alte avviene a costo del sacrificio di milioni di esseri. Come non giustificare ciò anche nel mondo della storia? Per parlare di pace occorre la trascendenza, intesa non come un Dio escatologico che premia i buoni, i vincitori della vicenda cosmica, ma come un Dio al tempo stesso immanente e trascendente, che è oltre l’uomo ma anche dentro l’uomo. E se in ogni uomo c’è una scintilla di Divino, nessuno può essere lasciato indietro nel cammino dell’umanità. Di qui l’opzione preferenziale per i poveri e gli ultimi. “L’opzione per i poveri equivale alla ribellione dell’uomo di fronte a tutte le forze cieche della natura e della storia” (p.141), scrive Panikkar. Ma dire che le forze della natura sono cieche non vuol dire disapprovare anche il fatto che il pesce grande mangi il piccolo? non significa introdurre un dover essere, in base al quale giudicare eticamente non solo il mondo storico, ma anche quello naturale?

 

 

Antonio Vigilante, Muntu. Percorsi nelle scienze sociali

 

 

 

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