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Recensioni
Franz
Renggli, L'origine della paura. I miti mesopotamici ed il trauma della nascita,
Edizioni Magi, Roma 2004, pp. 217.
Sulla scia di Otto Rank, che fin dagli anni Venti ha parlato della nascita come del trauma psicologico fondamentale e tale da condizionare tutta la vita di un individuo
(Il trauma della nascita e il suo significato psicoanalitico, 1924), lo psicoanalista di Basilea Franz Renggli tenta di dimostrare
che l'origine della paura e dell'insicurezza diffuse nel nostro tempo sono strettamente dipendenti dal modo in cui dalle origini della civiltà affrontiamo il momento della nascita. Renggli cerca tracce di questo trauma psicologico e culturale nella complessa mitologia sviluppatasi in Mesopotamia, significativa perché rappresentativa di un momento dello sviluppo della civiltà umana in cui si afferma la crudele separazione tra la madre ed il suo bambino dopo il parto: evento che non si verifica presso i popoli meno evoluti, presso i quali la madre porta con sé ovunque il suo bambino.
La principale divinità femminile sumerica è Inanna/Ishtar. Il mito racconta che la dea, nel tentativo di prendere possesso degli Inferi, ne resta prigioniera, e le viene concesso di uscirne solo a condizione che mandi negli Inferi un suo sostituto. La scelta di Inanna cade sul suo amato Dumuzi, che sarà imprigionato agli Inferi al suo posto. Per Renggli Inanna rappresenta una dea madre e Dumuzi, benché raffigurato come suo amante, è in realtà il suo bambino. Scendendo agli Inferi, Inanna cerca di riconciliarsi con la sua ombra, il "bambino interiore" che rappresenta la sua parte depressa; evidentemente la dea cerca la guarigione. Tuttavia il suo tentativo fallisce, e la dea è costretta a consegnare il suo bambino. Ciò vuol dire che la madre trasmette al suo bambino la sua depressione: "Inanna trasmette al suo bambino la sua solitudine e la sua disperazione interiore, la sua afflizione e la sua rabbia inconscia" (p. 54). Anche ammessa l'identificazione di Dumuzi con il bambino di Inanna, restano non pochi punti oscuri. In che rapporto il tentativo di integrare la propria ombra è con la gravidanza ed il parto? Se Inanna riesce a sfuggire agli Inferi consegnando Dumuzi, bisognerebbe concludere che la trasmissione al neonato di stati depressivi svolge la funzione positiva di alleviare la condizione della madre, che, se non giunge alla guarigione, riesce comunque a sfuggire all'Inferno della propria ombra. E ancora: nel mito anche a Dumuzi è concesso di uscire per sei mesi dagli Inferi, sostituito dalla sorella Gestinanna. Quale è il significato psicologico di questa sostituzione? Il mito ha al suo centro una logica della sostituzione, non infrequente nei miti, mentre l'interpretazione di Renggli pare interessata solo a stabilire una trasmissione, quella della depressione dalla madre al figlio. La ricchezza simbolica del mito ne risulta svilita.
Il secondo mito analizzato da Renggli è quello del diluvio. Creati dagli dei perché si assumano il peso del lavoro precedentemente svolto dagli dei, gli uomini crescono a dismisura e con il loro schiamazzo disturbano il riposo del dio Enlil, che decide di sterminarli con il diluvio. Tra gli uomini c'è Atramkhasis, un uomo saggio e protetto dal dio Enki, che lo aiuta a mettersi al riparo dal diluvio attraverso una barca. Enlil infine accetta l'esistenza degli uomini, purché il loro numero non diventi eccessivo. Nella interpretazione di Renggli il rumore degli uomini non è che il pianto dei bambini strappati alle madri, che diviene insostenibile per i genitori. Ad un altro livello interpretativo, il mito narra l'esperienza della nascita. Atramkhasis è il bambino che tagliando gli ormeggi si appresta all'uscita dal ventre materno ed al distacco del cordone ombelicale.
Il terzo mito preso in considerazione è quello dell'eroe Ninurta, figlio del dio Enlil e della dea Ninlil. Dio della vegetazione ma anche della tempesta e della guerra, Ninurta ingaggia una lotta contro il mostro Asag, che dopo essersi accoppiato con una montagna ha generato un esercito di pietra ed ora gli contende il controllo del paese. Lo scontro, terribile, avviene su una montagna e si conclude con la vittoria di Ninurta. Il termine sumero per montagna è kur, che indica anche la terra nemica e l'oltretomba. Da qui parte Renggli per concludere che essa è simbolo del ventre materno gravido. In questo modo due simboli che sembrano essere opposti - le acque e la montagna - ricevono la stessa interpretazione. E se Atramkhasis è un bambino che nasce perché taglia gli ormeggi, Ninurta è un bambino che nasce perché combatte con Asag: cos'è infatti la nascita, se non una lotta? E come interpretare Asag? Egli sarà "la personificazione della lotta per la nascita, una sorta di immagine riflessa di Nunurta" (p. 81). Per questa via, non c'è nulla che non possa rappresentare un ventre gravido e l'esperienza della nascita: l'acqua è il liquido della placenta, la montagna è il rigonfiamento del ventre, il fuoco (presente nello scontro tra Ninurta e Asag) è il bruciore che colpisce la pelle del bambino appena nato.
Il lavoro di interpretazione diventa particolarmente preciso nell'analisi del mito del re Baal, che deve sconfiggere il dio del mare Yamm e quindi costruire un proprio palazzo per ottenere il regno. In seguito scenderà nell'oltretomba e sarà ucciso da Mot, dio della morte, ma risusciterà grazie all'intervento della sorella Anat. In questo mito a simboleggiare il ventre materno è il palazzo che Baal intende costruire, mentre la discesa nell'oltretomba rappresenta la nascita e Yamm è il liquido amniotico. Per giungere agli Inferi Baal riceve l'indicazione di recarsi alla montagna gemella. Queste due montagne non sono altro che "le due ossa del bacino del ventre materno" (p. 96), mentre le tre figlie di Baal rappresentano addirittura "i tre vasi sanguigni del cordone ombelicale" (p. 96). Il mito non ripresenta dunque le sensazioni della nascita, ma anche la conoscenza precisa - direi scientifica - del corpo materno da parte del feto.
Il mito mesopotamico di gran lunga più noto è quello di Gilgamesh. Le dodici tavolette dell'epopea di Gilgamesh rappresentano un capolavoro della letteratura universale, al pari dell'Iliade o del Mahabarata. Gilgamesh, potentissimo re di Uruk, governa la città con arbitrio; per questo gli abitanti chiedono l'aiuto degli dei. Viene così creato Enkidu, un essere selvaggio mandato contro Gilgamesh perché lo combatta. Ma per strada Enkidu si imbatte nella prostituta Shamkhat, giace con lei ed in questo modo diviene un essere civilizzato, abbandonando l'aspetto selvatico. Dopo essersi scontrati, Enkidu e Gilgamesh diventano amici e combattono e sconfiggono insieme Chuwawa, custode di un bosco di cedri che Gilgamesh intende abbattere. Presa da ammirazione per le sue imprese, la dea Ishtar vuole sposare Gilgamesh, ma ne riceve un rifiuto carico di disprezzo. Cerca allora di vendicarsi lanciandogli contro il toro celeste, che però Gilgamesh uccide. Il momento più toccante dell'epopea giunge con la morte di Enkidu, causa di disperazione per l'amico, che si mette in viaggio alla ricerca del segreto dell'immortalità ed incontra l'eroe del diluvio Utnapishtim (l' Atramkhasis dei miti mesopotamici ed il Noè biblico) che gli indica una certa erba nascosta in fondo al mare, con la quale potrà almeno riconquistare la giovinezza. Gilgamesh la coglie, ma la perde nel viaggio di ritorno.
L'aspetto psicologico più interessante dell'epopea di Gilgamesh è, probabilmente, il mutamento di Enkidu dopo l'incontro di Shamkat, mentre la disperazione di Gilgamesh e la sua ricerca dell'immortalità testimoniano una delle prime dolorose riflessioni sul destino umano (letterariamente notevole è il discorso di Utnapishtim a Gilgamesh: "L'umanità è recisa come canne in un canneto. / Sia il giovane nobile, come la giovane nobile / sono preda della morte": G. Pettinato,
La saga di Gilgamesh, Rusconi, Milano 1992, p. 214). Ma Enkidu è destinato a scomparire nella lettura di Renngli: sarà null'altro che un aspetto della personalità di Gilgamesh. La lotta dei due contro il mostro Chuwawa rappresenta la nascita, mentre l'innamoramento della dea Ishtar rappresenta l'innamoramento che ogni madre prova per il proprio bambino dopo la nascita. Innamoramento che non viene accolto dal neonato, non si sa bene perché. Se il mito di Inanna e Dumuzi simboleggia la trasmissione della depressione dalla madre al bambino, quello di Ishtar e Gilgamesh indica il disprezzo del neonato verso la madre subito dopo il parto. Come vadano realmente le cose, non è dato saperlo. Utnapishtim come eroe del diluvio rappresenta ora non più il neonato, ma il feto, immortale perché al sicuro nel ventre materno. Nel suo tentativo di ottenere l'immortalità, Gilgamesh è un neonato che vuole tornare nel ventre materno.
L'intepretazione dei miti mesopotamici di Renggli è costruita per livelli di significato: uno stesso mito può ottenere più interpretazioni. Così accade alla lotta di Gilgamesh ed Enkidu contro Chuwawa, che ad un diverso livello di significato può indicare addirittura la lotta per l'annidamento dell'embrione nell'utero. Il primo trauma non è più nemmeno quello della nascita. V'è il trauma precedente dell'annidamento. L'embrione porta con sé il patrimonio ereditario del padre, e per questo è una realtà estranea nel corpo della madre, che per questo conduce contro l'embrione una vera "guerra immunitaria" con l'intento di sopprimerlo. L'embrione si chiede perché la madre voglia eliminarlo e, spaventato, vorrebbe non crescere più.
Nemmeno l'annidamento è il primo trauma. Prima ancora, assicura Renggli, c'è il trauma della separazione dall'aldilà, quando l'anima scende in questo mondo. "Poiché questo passaggio dall'aldilà a questo mondo, il concepimento e successivo annidamento sono legati a un trauma, probabilmente a un'esperienza della morte, la maggior parte delle persone non viene al mondo da sola, ma accompagnata da un gemello proveniente dall'aldilà, una sorta di angelo custode" (p. 149). Una gran bella trovata, con la quale l'autore riesce a recuperare la figura di Enkidu, gemello ed angelo custode di Gilgamesh. Peccato che con questa trovata i suoi propositi scientifici ed ermeneutici facciano definitivamente naufragio nel pantano della superstizione.
Antonio Vigilante,
Muntu. Percorsi nelle scienze sociali
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