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Recensioni Pierluigi
Sullo (a cura di),
La
democrazia possibile. Il Cantiere del Nuovo Municipio e le
nuove
forme di partecipazione da Porto Alegre al Vecchio Continente,
Intra
Moenia, Napoli 2004, pp.362. Benché
il tema non sia sull’agenda dei politici, è innegabile una crisi della
democrazia rappresentativa, che sempre più diventa un gioco
autoreferenziale della classe politica, cui diventa vieppiù estranea una
società civile che rinuncia ad esprimere la propria partecipazione anche
nella forma certo insufficiente del voto. Le grandi democrazie mostrano
tutti i segni di un rapido invecchiamento, i loro meccanismi fondamentali
risultano bloccati dalla ruggine, gli organi vitali hanno bisogno di nuova
linfa per tornare a funzionare. Questa nuova linfa può venire dagli enti
locali, le strutture rappresentative più vicine ai cittadini, e dalle
quali perciò più agevolmente può partire un processo inverso, che
converta la rassegnazione in partecipazione, la delega in impegno politico
comunitario. È
questo il grande insegnamento che viene dall’esperienza della città
brasiliana di Porto Alegre, dove è stato sperimentato – con successo
– il bilancio partecipativo: una intera comunità chiamata a partecipare
con continuità alle decisioni di spesa ed alla scelta delle priorità
negli investimenti dell’ente locale. Una comunità che torna a vivere la
democrazia come impresa corale costitutiva della cittadinanza. Il
modello di Porto Alegre ha fatto scuola, in altre città del Brasile ed in
diversi paesi del sud, dal Costarica all’Honduras, dalla Bolivia
all’Ecuador. Ed in Italia ed Europa? Questo libro fa il punto della
situazione, documentando in particolare la situazione nel nostro paese. Il
documento programmatico per le esperienze italiane è la Carta del Nuovo
Municipio, elaborata e proposta da diversi docenti universitari italiani,
con il fine di combattere la globalizzazione attraverso “un progetto
politico che valorizzi le risorse e le differenze locali promuovendo
processi di autonomia cosciente e responsabile, di rifiuto della
eterodirezione del mercato”, realizzando una “globalizzazione dal
basso, solidale, la cui natura è comunque quella di una rete strategica
tra società locali”. I
municipi acquisterebbero nuovo valore politico, passando da
un’amministrazione burocratica all’autogoverno e diventando
laboratorio per la sperimentazione di nuove forme di democrazia: non
ancora la democrazia diretta, ma non più la democrazia delegata. Questi
municipi potranno promuovere un nuovo stile di sviluppo, recuperando il
criterio della qualità totale della vita come indicatore del benessere e
dando voce ad un nuovo rispetto per l’ambiente. Si
ritrovano in questa Carta tre convinzioni che hanno guidato fin
dall’inizio la nonviolenza italiana, attraverso l’insegnamento di Aldo
Capitini. La prima è l’importanza delle realtà locali per la
realizzazione di una nuova realtà sociale e politica; realtà che
diventano decisive anche quando si tratta di paesini o di periferie
abbandonate a se stesse. La seconda è l’importanza della partecipazione
politica, che in Capitini si esprime nei Centri di Orientamento Sociale,
strutture popolari per il controllo dell’operato dei politici e la
rappresentazione delle esigenze comunitarie. La terza convinzione riguarda
l’importanza di istanze non esclusivamente economiche, ma sociali ed
estetiche – possibilità di incontro e discussione, rapporti umani,
accesso all’arte, bellezza dei paesaggi eccetera – per giungere per il
benessere individuale e collettivo (convinzione sostenuta in questo volume
in un bel saggio di Osvalgo Pieroni, che invita ad andare oltre
l’economicismo marxista, guardando al mondo naturale che viene prima del
capitale). Proprio
l’esperienza dei COS di Capitini (che gli autori della Carta sembrano
ignorare) indica le difficoltà di un progetto simile. Il filosofo aveva
individuato con notevole tempestività – e questo è tra i suoi meriti
maggiori – il degrado possibile della democrazia dei partiti. Il fatto
che oggi questa crisi sia innegabile, non fa sperare in un esito diverso.
Cosa fa pensare che la classe politica, che si è comportata e si comporta
come una casta autoreferenziale chiusa alla partecipazione, voglia farsi
promotrice di iniziative che ne ridisegnano ruoli e competenze? Perché
nasca un Nuovo Municipio occorre che vi siano degli amministratori locali
sensibili e disposti a sperimentare. Tali amministratori costituiscono una
minoranza sparuta, seppur convinta e dinamica. Afferma
Iria Charao, assessore allo stato di Rio Grande do Sul: “Ovviamente,
perché simili discussioni avvengano, è indispensabile che esista una
volontà politica del potere pubblico di aprirsi alla cittadinanza. E non
solo: di aprire onestamente le informazioni, e di impegnare i suoi tecnici
a dare chiarimenti e spiegazioni a tutti con linguaggi semplici e
comprensibili” (p.86). È
un nuovo modello di politico, che da detentore del potere si fa
stimolatore della crescita della comunità locale. Ma quanto è lontano
tale modello dalla realtà della classe politica – sia pure soltanto
quella degli amministratori locali – italiana? Qualche
dubbio è lecito sollevarlo anche sulla radicalità dei cambiamenti resi
possibili da pratiche concertative a livello locale. Ogni concertazione
richiede la disponibilità non solo al confronto, ma anche al compromesso.
Come osserva Paolo Cacciari, viene esclusa la dimensione “di un
confronto politico che ammetta anche la negazione della logica dello
sviluppo e che contempli il rifiuto a qualsiasi ulteriore trasformazione
del territorio (l’opzione ‘0’; do nothing)” (p.94). Pare
condivisibile – e molto vicina alle pratiche espresse dal movimento
nonviolento italiano negli ultimi cinquant’anni – la via alternativa
indicata da Cacciari: quella di una società civile assolutamente autonoma
dal potere rappresentativo, che organizzandosi e facendo pressione sul
governo locale incide sui processi decisionali. Antonio
Vigilante, Muntu. Percorsi nelle scienze sociali | ||
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